Il controverso business dei rapimenti

Un business di cui pochi sono a conoscenza è quello dei sequestri di persona. Esso si struttura come un negozio qualunque in cui due contraenti, i rapitori e le famiglie, devono arrivare ad un accordo per lo scambio di un bene, ossia l’ostaggio.
Per facilitare quest’operazione, negli anni ’30 del Novecento sono sorte diverse compagnie assicurative (kidnapping & ransom insurances) che si occupano della faccenda. Però, soltanto a partire dagli anni ’60, con la creazione di organizzazioni come le Brigate Rosse in Italia e l’Eta in Spagna, che il mercato dei sequestri ha iniziato a crescere esponenzialmente. La gestione di questo tipo di negoziati è molto complicata dal momento che, in generale, si tratta di uno scambio che avverrà una sola volta, dunque non c’è garanzia di onestà da nessuna delle parti.
Per questo motivo, negli anni ’70 sono iniziate ad apparire, grazie al lavoro dell’agente Julian Radcliffe, branche delle assicurazioni, divenute poi indipendenti, specifiche per la gestione dei negoziati. Il personale professionista di queste aziende deve affrontare delle difficoltà sia a livello della contrattazione, perché ciascuna parte cerca di ottenere il riscatto più conveniente per sé, sia nel momento dell’esecuzione, perché il pagamento potrebbe essere intercettato dalla polizia o da gang rivali oppure i rapitori potrebbero non rilasciare l’ostaggio (egli sarebbe un potenziale testimone).

Nonostante le difficoltà, questo è un business molto diffuso e altrettanto controverso. In Europa negli anni ‘80 si era aperto un dibattito per decidere se vietare questa tipologia di assicurazione. Le accuse principali erano quelle di facilitare i finanziamenti a organizzazioni criminali e l’individuazione dei target da colpire. Le assicurazioni si difesero mostrando come grazie a loro varie multinazionali (ad oggi sono più di 500) e Ong possono operare in territori caldi come Messico e Iraq. Inoltre, non si corre il pericolo né di facilitare i finanziamenti, perché l’azienda eroga solo un rimborso del riscatto pagato, né di esporre il cliente giacché la polizza viene mantenuta segreta.
Sebbene il dibattito non abbia portato ad una marginalizzazione di queste assicurazioni, molti paesi hanno adottato una regolamentazione propria per gestire questi tipi di aziende: in Italia, per esempio, la legge 82 del 1991 sancisce il sequestro dei beni della persona sequestrata e di intimi terzi per evitare che vengano usati per pagare il riscatto. In questi casi, è lo Stato che si assume il compito, quando non vieta per legge anche la negoziazione stessa, di gestire il dialogo con i sequestratori. Di solito, però, le istituzioni statali gestiscono peggio le contrattazioni in quanto sono più propensi a fare concessioni. Questo perché essi rendono prioritario la stipula di un contratto in tempi brevi piuttosto che contenere il riscatto. In tale maniera, tuttavia, si rischia di rendere il sequestro un crimine più attraente.

Sembra, quindi, che l’utilizzo di queste assicurazioni sia un’ottima strada per evitare un’eccessiva diffusione dei rapimenti. Tra l’altro, solo l’1% dei casi gestiti dalle compagnie assicurative si conclude con la morte dell’ostaggio. Infine, queste aziende spingono anche per la collaborazione con gli apparati statali, specialmente quelli che ostacolano la loro diffusione, affinché si possa far diventare questa tipologia di polizza economicamente accessibile anche a quelle persone che sono costrette a viaggiare per lavoro ma non hanno alle spalle grandi aziende.

Santiago Olarte

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