Rwanda: un modello di sviluppo per l’Africa?

Sono passati più di 25 anni da quando nelle tv di tutto il mondo venivano trasmesse le orribili immagini di uno dei genocidi più sanguinosi del XX secolo: in 100 giorni vennero uccisi circa 800.000 membri della tribù dei Tutsi in Rwanda. Seppur il ricordo di quella terribile guerra civile sia ancora presente, oggi il paese si mostra come una delle economie più promettenti dell’Africa grazie ad una crescita media annuale del 7-7.5%. Com’è stato possibile questo risultato?

Il successo della nazione gira attorno ad unico uomo: Paul Kagame. Egli è da vent’anni il presidente del Rwanda. Quando salì al potere nel 2000, la sua agenda politica aveva due obiettivi principali: il primo era di ricucire le ferite lasciate dal genocidio del 1994, il secondo quello di sollevare il paese dalla povertà. Per raggiungere questi obiettivi, egli viaggiò assieme ad un gruppo di stretti collaboratori nei paesi cosiddetti “emergenti” all’epoca, come Thailandia, Corea del Sud e Singapore. Tutti questi paesi sono caratterizzati dal fatto di essere stati molto poveri un tempo mentre oggigiorno si presentano come paesi del primo mondo. Al suo ritorno, Kagame mise in atto due piani. Il primo di questi consisteva in profonde riforme della costituzione. Le norme più degne di nota sono quelle che impongono la tolleranza assoluta fra le varie tribù, dimodoché non ci siano più discriminazioni razziali, e quelle che attribuiscono il 50% degli incarichi politici a donne (attualmente il 64% dei parlamentari sono donne). Il secondo piano è chiamato “Rwanda vision 2020”, con il quale il presidente sperava di far diventare il Rwanda un paese di reddito medio in soli due decenni. Quest’ultimo punto è ancora lontano da raggiungere, in compenso il paese ha fatto passi da gigante: basta considerare che il PIL pro capite è passato dai 125$ di 25 anni fa ai 775$ di oggigiorno (ancora molto lontani dai 17.000$ dei paesi a reddito medio).

Molti studiosi concordano che i fattori chiave del successo di questo paese, che viene già chiamato il “Singapore di Africa”, sono essenzialmente tre: l’attrazione di capitale estero grazie a enormi incentivi dal governo e poca burocrazia, infatti l’investimento estero è passato dai circa $10 mln di inizio millennio ai $305 mln nel 2018, il forte investimento in infrastrutture come scuole e reti di trasporto per merci e persone, infine, la stabilità politica. Su quest’ultimo fattore occorre soffermarci prima di concludere questo articolo. In Rwanda vige sostanzialmente una struttura governativa monopartitica in cui tutte le opposizioni, sia da parte di politici sia da parte di giornalisti, vengono represse duramente. Diverse associazioni umanitarie che si occupano di diritti umani lamentano una pessima condizione delle libertà più basilari fra i cittadini e un’ambiente generalmente autocratico: basti pensare che Kagame ha vinto tutte le elezioni tenutesi finora con più del 95% dei voti. Questi dati hanno portato anche a pensare che il presidente abbia falsificato nel corso degli anni alcuni dati statistici riguardanti la crescita economica del paese, come segnalò l’anno scorso il Financial Times. Tutte queste accuse vengono rigettate dal presidente come “propaganda occidentale”.

Tutto sommato, la crescita economica in Rwanda è visibile e il paese addirittura detiene il record di capitale più pulita e sicura di tutta l’Africa. Ma questo generale benessere è stato ottenuto grazie a tecniche di governo autoritarie e che non rispettano gli standard di democrazia e libertà a cui l’occidente è abituato. I sostenitori di Kagame sostengono che questo pugno duro sia necessario per non far ricadere il paese in un’altra guerra civile. La domanda sorge spontanea: possiamo sacrificare alcuni diritti essenziali in cambio di una stabilità politica e una crescita economica?

Santiago Olarte

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