Ansia patologica: quando la quarantena si trasforma in un limbo

“Ogni giorno è come camminare su una strada, l’ansia scaglia frecce a raffica. Io cerco di scansarle. L’obiettivo è arrivare alla fine lasciandosi scalfire il meno possibile.”

COVID-19. E’ come scivolare in un limbo. Ma non rischia di venire spezzato soltanto chi viene infettato. La pandemia ha cambiato radicalmente la quotidianità della popolazione mondiale. Si fa quel che si può, cercando di reagire e muoversi alla ricerca di un equilibrio nuovo. Ma chi  soffre di una malattia psicologica si ritrova impantanato in un vorticare di ombre.

Abbiamo avuto modo di parlare con Stefano che, attraverso la sua storia, ci ha mostrato le molteplici realtà e problematiche che la quarantena infligge a chi, come lui, soffre di ansia a livello patologico.
Stefano è un ragazzo di 25 anni, e l’ansia condiziona la sua vita da quando ne ha memoria. È l’ansia stessa a dettare le pagine della sua storia, al punto che, a 16 anni, Stefano decide di lasciare la scuola. Vivere con un disturbo d’ansia patologico non è facile, raggiungere il compromesso di una vita normale è già un grande traguardo. Ma quando è il mondo a distorcersi e a rendere concrete le proprie “pippe mentali” anche le coperte diventano sempre più pesanti da sollevare ogni mattina.
Le ore scorrono e ogni certezza crolla tassello dopo tassello. Ci si guarda dentro con attenzione, si mette tutto in discussione: chi amiamo davvero, e quella libertà che prima si dava tanto per scontata.
Ma ci sono anche altri tipi di rischi per chi è più fragile. Parlando con Stefano siamo andati un passo più vicini al comprendere cosa significa soffrire di ansia patologica. “L’ansia è il groppo alla gola con cui ti svegli al mattino, e non sai se ti starà appresso durante l’intera giornata, o se quel giorno sarai tu a vincere contro di lei e arriverai indenne a letto la sera”.

La quarantena rende tutto più complesso, proprio perchè è come se i pensieri e le paure si fossere chiuse nella stanza con lui. E le conseguenze possono essere parecchio rischiose, per chi è più fragile. Potrebbero innescarsi dei meccanismi autodistruttivi come l’abuso di psicofarmaci, un esaurimento nervoso o crisi di pianto. Il rischio di ricorrere a psicofarmaci non autorizzati è la paura più grande di Stefano, non tanto per se stesso, poichè ormai da anni non ha più fatto ricorso ad alcun tipo di calmante, ma per altri che come lui in passato hanno attraversato lunghi e vorticosi periodi bui. Si combatte contro i propri demoni tra le pareti domestiche che si fanno sempre più ostili e meno familiari. La paura si può tastare con mano.

“Io ho tanta paura di crollare. Ma temo di non farcela anche per chi mi è vicino. Per la mia famiglia. Quando sprofondo mi sento in colpa perché non credo di averne il diritto: sono giovane, non ho una famiglia a cui pensare, un lavoro da salvaguardare. Non riesco a giustificarmi”.

Il senso di colpa è uno dei tanti leitmotiv che accompagna la sua quotidianità, per lui che è “il primo accusatore di se stesso, e l’ultimo degli estimatori”.

Appena ha saputo della quarantena si è sentito sprofondare in un limbo, e la paura di perdere il contatto con la realtà si è fatta sempre più imponente. La nostra società tende a sottovalutare e ignorare questa faccia della medaglia, i disturbi mentali sono facilmente catalogati come semplici capricci. Ma forse questa reclusione forzata ci permette di analizzare molte questioni riflettendo su alcuni valori. Forse alla fine di tutto questo saremo anche meno superficiali e più uniti, perché la quarantena ha sciolto il trucco spesso e sempre perfetto che scrupolosamente imbastiamo prima di uscire. Ora siamo nudi e impotenti, finalmente esseri umani con le nostre debolezze e colpi di testa.

Ed è proprio ciò che Stefano vede alla fine del tunnel. La speranza di un nuovo punto di partenza, in cui i valori sono ripristinati, ricategorizzati in una scala di priorità reale.

“Sto scrivendo molto in questi giorni. Annoto pensieri cercando di trovare un filo conduttore. E’ come un cerchio di persone che ti circonda e non riesci a capire di chi hai paura”.

Stefano segue un percorso psicoterapeutico fin da quando aveva tredici anni.

“La salute mentale va messa sempre al primo posto. Ci sono tanti modi. Anche la meditazione l’ho trovata una strategia molto utile per stare meglio con me stesso. Ma è anche una scelta difficile, una vera e propria lotta: nella stanza siamo solo io, una penna e i miei pensieri”.

Andare dallo psicologo, nonostante i tempi siano ormai maturi, viene ancora visto dai più come qualcosa di anomalo.

“E’ un viaggio che ti arricchisce. I miei amici mi rimproverano spesso di stare troppo a rimuginare su tutto. Ma intraprendere una terapia di questo tipo mi ha portato a scavare dentro me stesso. A conoscermi davvero.”

Essere consapevoli del proprio io implica anche aprirsi finalmente agli altri.

“Capisci le persone, riesci a rintracciare quell’espressione dolorosa così simile alla tua. E in queste settimane riesco a vedere i veri volti della paura. Non ci sono più maschere.”

Non sarà la seconda guerra mondiale, non sarà una sommossa impregnata di sangue e violenza. Quel che è certo è che nessuno rimarrà indenne, tutti riporteremo le stesse ferite e cicatrici più o meno profonde. E chissà che non sia la volta buona, questa, in cui riusciremo ad ascoltarci davvero e a riconsiderare quella noia che evitavamo a tutti i costi?

Emma Battaglia e Arianna Guidotto

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. ornella_spagnulo ha detto:

    Io personalmente sto capendo molte cose di me stessa ☺🥰🌱

    "Mi piace"

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