Il problema dei senzatetto

Ogni anno i paesi occidentali si trovano ad affrontare un problema sociale sempre più grosso: quello dei senzatetto. Attualmente, gli Stati Uniti detengono il numero più alto di homeless con un totale di 532.000 persone, mentre in Italia, secondo le ultime stime ufficiali, se ne contano un totale di 50.000. In Europa, il numero di senzatetto è in continuo aumento per due motivi principali: l’aumento generale del costo delle abitazioni e il grande flusso di immigrati illegali nel territorio. La condizione di chi vive per le strade è pessima: la vita media di queste persone è di trent’anni minore rispetto alla media – questo perché sono più suscettibili a sviluppare malattie mentali e sessuali, oltre che essere facile preda dell’abuso di sostanze come alcol e droghe. Alcuni paesi però sono riusciti ad affrontare in modo efficace il problema.

La Finlandia, per esempio, è l’unico paese europeo che ogni anno registra un calo nel numero totale di senzatetto. Ad oggi ne conta solo 7000. Questo risultato è frutto di un programma iniziato nel 2008 chiamato “Housing First”. La filosofia che anima questo progetto è quella di considerare la casa come uno strumento di reintegrazione, quindi un alloggio reale viene concesso subito alle persone e solo in seguito si inizia a lavorare sulle varie dipendenze e/o problemi di salute. Nei programmi di aiuto tradizionali, invece, l’abitazione viene vista come il risultato di un processo di riabilitazione. Quest’ultimo tipo di approccio risulta a volte insoddisfacente perché molte problematiche, come l’alcolismo, sono legate proprio al fatto di vivere per strada. Inoltre, i senzatetto spesso evitano i vari rifugi, comunità ecc. perché sono ritenuti luoghi pericolosi in quanto pieni di gente disperata. Il metodo di “Housing First” sta attualmente mostrando risultati promettenti. Bisogna, comunque, considerare che funziona grazie anche al fatto che città come Helsinki possiedono 1/7 delle case totali, oltre che il 70% dei terreni e una propria società di costruzione. Tutto questo facilita l’investimento nella costruzione di abitazioni pubbliche. Altro aspetto da tenere in conto è quello economico: si stima che il governo finlandese risparmi 15.000 euro annui per persona attraverso questo sistema di cura.

Altro caso particolare è Singapore. In questo paese del Sud-est asiatico l’82% della popolazione vive in case costruite dallo Stato e il 90% è proprietario di un’abitazione. Questa situazione è stata resa possibile perché il paese fin dagli anni ’60 si è concentrato nella costruzione di alloggi pubblici. Lo Stato, infatti, è proprietario della maggior parte dei terreni e, di conseguenza, decide come gestirli: quindi, come, cosa, quando e a che prezzo si costruisce. In questa maniera, Singapore è riuscita a mantenere il prezzo delle abitazioni molto al di sotto del prezzo che si verrebbe a creare in un mercato privato. I cittadini che desiderano abitare in questi alloggi possono stipulare un contratto che li rende effettivi proprietari dell’immobile per 99 anni. Terminato il periodo del contratto, la casa ritorna allo Stato che effettuerà opere di rimodernizzazione affinché tutti i cittadini possano disporre di un appartamento moderno ed efficiente. Questo sistema ovviamente è molto costoso e le perdite vengono colmate con le tasse. I vantaggi, però, sono numerosi: le famiglie spendono molto di meno per ottenere una casa e i soldi risparmiati possono essere investiti in altri ambiti, come l’educazione.

Questi sono due casi molto particolari presenti in due società completamente diverse. In Europa si sta sempre di più guardando al modello finlandese vista la somiglianza socio-economica con gli altri paesi, mentre il modello di Singapore sembra realizzabile solo in paesi molto piccoli e con grandi disponibilità economiche. La strada da seguire, comunque, sembra quella di un ritorno ad una vasta costruzione di case popolari che sfuggano al feroce mercato immobiliare.

Santiago Olarte

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