Come l’economia cambia per il coronavirus

Cosa possiamo imparare dall’emergenza che stiamo affrontando? Quali sono le misure economiche messe in campo da chi, come l’Italia, sta facendo i conti con gli effetti dell’epidemia? Facciamo chiarezza su come il nostro e gli altri paesi hanno intenzione di salvaguardare l’economia nazionale e le imprese che ne fanno parte. 

Parliamoci chiaro, l’economia globale risentirà molto delle conseguenze dell’epidemia da Covid-19, arrivando a toccare una crisi paragonabile, se non peggiore, a quella finanziaria mondiale del 2008, che tutti ricordiamo. Le speranze di poter attutire il colpo sono riposte nelle politiche economiche che, giorno dopo giorno, paesi europei e non stanno compilando. 

Partiamo dall’Italia

Il nostro Paese ha ricevuto il via libera per lo sforamento del deficit a causa della situazione di emergenza. Il governo ha così istituito con il decreto Cura Italia un intervento di 25 miliardi di euro, che include nuove risorse per il sistema sanitario nazionale, fondi per la cassa integrazione ed intervento specifico per le imprese, che godranno di una maggiore liquidità, insieme ad un credito allargato fino a 350 miliardi.

Rimane fortemente discutibile la mossa prevista per chi possiede una partita Iva. Per questa sostanziosa fetta di lavoratori italiani è difficile immaginarsi che una sovvenzione di soli 600 euro possa fare la differenza nel tenere in vita le loro attività. Fa ben sperare la notizia di un possibile aumento di questo indennizzo, avanzato dalla ministra del Lavoro Catalfo, che allargherebbe tale misura anche a quei lavoratori autonomi che non rispondono all’Inps. 

Europa

La Germania non esita con le misure preventive e mette in campo una manovra da 156 miliardi di euro, di cui 50 sono da destinarsi alle piccole aziende. A fianco dell’intervento, viene inoltre istituito un fondo per la stabilizzazione dell’economia pari a 600 miliardi di euro, comprendenti risorse per la “Cassa crediti per la ricostruzione”.

Di portata minore, ma comunque significative, sono le misure prese dalla Francia, recanti la firma del ministro dell’ economia Bruno Le Maire. Si tratta di un pacchetto previdenziale da 45 miliardi di euro, più altri 300 miliardi consistenti in garanzie per le imprese che hanno fronteggiato in prima persona gli effetti economici del coronavirus. 

Russia

Intraprende una strada decisamente singolare e diversa da quelle adottate dagli altri Stati. Il presidente Vladimir Putin si rivolge direttamente agli oligarchi, i quali compongono la fetta più facoltosa del popolo russo. Il governo prevede infatti di aumentare fino al 15% le aliquote fiscali sui capitali depositati attualmente in conti esteri, in contemporanea ad una nuova tassa attiva sui redditi derivanti da depositi bancari (solo se si supera la soglia di 1 milione di rubli). Tali interventi rappresentano una chiara mossa alla Robin Hood, con la quale il governo russo spera di reinvestire ciò che otterrà dagli smisurati conti bancari degli oligarchi russi e convertirli in risorse di sostegno a famiglie e imprese.

Stati Uniti

Superano in tutto e per tutto qualsiasi provvedimento adottato da altri paesi. Sicuramente influenzato dall’essersi guadagnato il primo posto sul podio mondiale per numero di contagiati (60mila i resi noti), il governo USA corre ai ripari mettendo in campo delle misure dalla strabiliante cifra di 2000 miliardi di dollari. Gli impieghi non sembrano essere diversi dagli altri colleghi oltreoceano. Una parte di questi fondi sarà destinata a cittadini e famiglie come forma di sussidio, mentre gli altri saranno divisi per la liquidità delle imprese e il sostegno ospedaliero.

Cosa ci può insegnare questa internazionale e spasmodica corsa ai ripari? Quali sono quei sistemi che se fossero stati ampiamente consolidati avrebbero attutito meglio i danni?

L’epidemia da coronavirus ha portato davanti agli occhi di tutti la grave mancanza di regole globali riguardo la tutela della salute, la quale non permette di ottenere una comunicazione certa tra le diverse nazioni quando si entra nel pieno di emergenze come quella corrente. Un sistema di prevenzione ben studiato dovrebbe poter vantare una serie di standard internazionali che riescono a tenere fermamente in regola accordi di flussi di merci tra le economie. Di un tale inquadramento dei vincoli globali si è fatta più volte portavoce l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma fin’ora non è riuscita nel suo intento per la mancanza di fondamentali risorse economiche. 

Gli ultimi anni hanno segnato, a livello europeo, un radicale cambiamento nella concezione delle aziende pubbliche. I vari tagli ai portafogli delle agenzie statali (di cui l’Italia non è esente) hanno drasticamente ridimensionato le capacità di queste ultime, favorendo il proliferare di agenzie private che sostituissero e fornissero quei servizi che il pubblico non riusciva più a garantire. Una tale “privatizzazione” di un mercato che doveva essere di monopolio delle agenzie pubbliche, ha fatto sì che la produzione di merci prima garantite universalmente diventasse una mera vendita di servizi a chi può permettersi di pagarli. 

L’impatto dell’emergenza sanitaria ha fatto arrivare i nodi al pettine: la sanità privata (frutto di una suddivisione di un più grande settore pubblico) è impotente davanti alle sfide dell’epidemia. Di contro, un sistema nazionale che garantisca un rifornimento costante di servizi a livello sociale e con le spese interamente gestite a livello statale, permetterebbe una risposta decisamente più coordinata e meno dispersiva ad un’emergenza di queste dimensioni. 

 Antonio Ruggiero

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