I dati della pandemia: facciamo chiarezza

In una situazione di emergenza è fondamentale sapersi districare tra le informazioni e capire quali sono parziali o fuorvianti. Ogni giorno, infatti, siamo sommersi dai dati riguardanti l’andamento dell’epidemia, ma per capire davvero la portata del fenomeno questi numeri devono essere interpretati correttamente.

Uno degli strumenti utilizzati più di frequente per spiegare l’andamento dell’epidemia

logistic-curve

è il grafico. Le epidemie in genere possono essere rappresentate da una curva logistica, detta ad S per la sua forma: all’inizio la crescita è esponenziale, poi rallenta e infine diventa quasi lineare.
La ragione della forma di questo grafico si deve al processo di diffusione: nella fase iniziale il numero dei contagiati sale a ritmi molto veloci, ma quando una buona parte della popolazione ha già preso il virus ed è diventata immune, questo ritmo comincia a rallentare, fino ad arrivare ad un punto di inflessione, in cui il processo si ferma.

Lasciare il virus libero di agire è ciò che aveva proposto il governo britannico all’inizio dell’epidemia, perseguendo la cosiddetta immunità di gregge (termine che in genere si utilizza solo riferito ai processi di vaccinazione), ma a che prezzo si sarebbe raggiunto il punto di inflessione? Probabilmente circa il 70% della popolazione avrebbe dovuto riscontrare la malattia, portando ad un tracollo del sistema sanitario e ad un elevatissimo numero di decessi.

I virus si trasmettono da persona a persona, ma possiamo dire che esistono dei virus “più contagiosi” rispetto ad altri? C’è un modo per misurare la contagiosità?
Sì, è il fattore R0 (tasso netto di riproduzione) che ci indica quante persone un individuo infetto può contagiare. Proprio su questo lavorano le misure restrittive, perché va da sé che meno persone un individuo (infetto) incontra nel corso della giornata, più è basso il numero di persone che può contagiare.
E anche se l’inserimento di queste misure rende molto difficile fare previsioni, perché la popolazione ha cambiato radicalmente i suoi comportamenti nel mezzo del processo di diffusione, di sicuro sappiamo qual è il loro obiettivo, ovvero rallentare la curva dei contagi, dilatare e diluire il picco nel tempo per dare la possibilità al servizio sanitario di non sovraccaricarsi più del necessario.

Un altro motivo per cui risulta difficile eseguire delle previsioni attendibili riguardo l’andamento della diffusione della malattia è che la selezione delle persone cui viene fatto il tampone non usa un metodo di campionamento affidabile. Infatti, le stime statistiche vengono formulate analizzando i dati di un campione. Il campione è composto da una piccola parte della popolazione da analizzare, di cui si registrano i dati che interessano, con questi si possono stabilire i dati riguardanti l’intera popolazione con una previsione che non è però mai sicura. La possibilità di errore deriva dal fatto che non si possa avere la certezza che il campione sia rappresentativo dell’intera popolazione. Per minimizzare il problema, nella ricerca statistica si estrae il campione in maniera probabilistica (per capire meglio, come in un’estrazione in cui ogni elemento abbia un solo bigliettino), un metodo non utilizzato per la scelta dei tamponi, perché non deve essere funzionale a livello statistico, ma sanitario, quindi mirato a prevenire il contagio. Il campione usato per le stime, dunque, non rispecchia la popolazione e il numero di contagiati che vediamo sui giornali è in realtà il numero di persone che sono risultate positive al coronavirus tramite il tampone.

La scelta di persone su cui eseguire il test viene compiuta con diversi criteri nei vari Stati, e cambia nel tempo in ogni paese. Per esempio, può essere svolto a tappeto senza distinzione di età o presenza di sintomi, o solo su coloro che sono entrati in contatto con persone positive, o solo su chi ha sintomi gravi.
Il tasso di mortalità del coronavirus risulta differente anche di molto tra i vari paesi, perché si utilizzano criteri diversi nella registrazione dei decessi: alcuni scelgono di eseguire il tampone sui deceduti, altri di segnalare il coronavirus tra le cause di morte solo se questo è l’unico fattore. Per questo motivo è poco indicativo paragonare i dati forniti dai diversi Stati.

Marta Fornacini e Anna Franzutti

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