WikiLeaks e il problema della libertà

WikiLeaks è una delle pagine web che maggiormente ha influito sul panorama mediatico e del giornalismo nell’era di internet. Il suo fondatore, Julian Assange, è stato arrestato ormai un anno fa a Londra, dopo aver trascorso svariati anni nell’ambasciata ecuadoriana della capitale inglese, protetto dallo status di rifugiato politico. La natura dei crimini per cui egli viene perseguito è ciò che ha reso la pagina web così famosa e al centro di numerosi dibattiti sulla liceità di un giornalismo in stile “wikileaks”: lo spionaggio.

Dal 2010, infatti, Assange è ricercato dalla Grand Jury di Alexandria (Virginia, Usa) per la pubblicazione di documenti segreti del governo americano. In questi file pubblicati, conosciuti come “Afghan War Diary” e “Iraq War logs”, si mostrava come il governo degli Stati Uniti avesse oscurato l’uccisione di svariati civili durante le operazioni in Afghanistan e Iraq. Negli anni, poi, WikiLeaks è stata l’artefice di numerosi altri scandali riguardanti aziende e governi: tra questi, il più famoso è probabilmente il cosiddetto “Pizzagate”, ossia lo scandalo che seguì alla pubblicazione di numerose email di John Podesta, il responsabile della campagna elettorale di Hilary Clinton nel 2016. Ma definire come pura attività di spionaggio il lavoro di WikiLeaks potrebbe portare a dei fraintendimenti: infatti più propriamente questa pagina web, secondo quanto è riportato sul loro sito, “si specializza nell’analisi e nella pubblicazione di grandi set di dati di materiali ufficiali censurati o limitati che coinvolgono guerra, spionaggio e corruzione”. Il metodo dietro la pubblicazione di questi dati ha rivoluzionato per sempre il giornalismo nell’era digitale. I documenti che il sito riceve possono venir caricati da un qualunque cittadino che possieda sufficienti prove documentali. Tali informazioni verranno poi controllate dai collaboratori della pagina, i quali sono formati da scienziati, giornalisti e attivisti di tutto il mondo. Tutto questo processo è improntato a garantire il massimo anonimato per chi condivide i documenti e a controllare la veridicità di questi ultimi: negli anni, WikiLeaks si è guadagnata la fiducia di moltissimi grazie anche alla collaborazione di importanti testate giornalistiche come il Guardian e il New York Times. Questo sistema di condivisione di documenti è diventato poi lo standard per molti giornali. Per esempio, il New Yorker nel 2013 introdusse “strongbox”, una cartella online dove i singoli utenti possono condividere file in completo anonimato. Come riporta l’EJO, questo sistema di “whistleblowing”, alimentato da fenomeni simili a quello di WikiLeaks, come nel caso di Snowden o di “Cambrindge Analityca”, ha cambiato fortemente molte delle politiche interne alle società che gestiscono un numero elevato di dati, per esempio Google e Facebook, portando ad una maggiore attenzione sulla possibilità dei dipendenti di far trapelare al pubblico informazioni riservate.

C’è un grande dibattito dietro al lavoro di WikiLeaks e la figura di Assange. Alcuni ritengono questa tipologia di giornalismo pericolosa per la società: la pubblicazione di certo materiale sensibile potrebbe facilmente creare delle crisi interne ai governi oppure incrinare le relazioni internazionali tra Stati. Altri, invece, appoggiano l’operato di WikiLeaks ritenendolo una delle più importanti manifestazioni di libertà di stampa. In entrambi i casi, il “caso WikiLeaks” mostra quelli che sono i punti  critici della nostra società attuale, dove assistiamo ad un continuo scontro fra la necessità di una maggiore trasparenza, richiesta dai singoli cittadini, nella gestione della cosa pubblica e la volontà dei governi di una certa segretezza nella gestione di alcuni affari per la sicurezza della cittadinanza.

Santiago Olarte

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