La mala gestione del Coivd-19 in Sudamerica

Secondo recenti dichiarazioni dell’Oms, il Sud America è diventato il nuovo epicentro dell’epidemia di Covid-19. Mentre in altre parti del mondo il lockdown è servito per tenere bassi i contagi, sembra che in questa regione si sia rivelato inefficace. Per capire i motivi di questa difficoltà nell’arginare l’espansione dell’epidemia dobbiamo guardare a tre diversi fattori.

 Il primo è di natura politica. Dalla scoperta del primo contagiato il 26 febbraio in Brasile, non c’è stata alcuna reale collaborazione interregionale fra gli Stati. La desincronizzazione dei governi ha portato ad una situazione nella quale alcuni paesi, come Perù e Colombia, hanno reagito in maniera tempestiva con misure di quarantena, mentre altri hanno optato per una via negazionista nel tentativo di preservare l’economia nazionale, strada adottata dal governo brasiliano e quello messicano. Senza un piano comune di contenimento, si è creato un’ambiente favorevole alla propagazione del virus, specialmente ai confini: per esempio, la grande concentrazione di contagiati nelle zone della foresta amazzonica è dovuta principalmente ai focolai delle città brasiliane di frontiera.

Un secondo fattore al quale dobbiamo prestare attenzione è di natura sociale. Una consistente parte della popolazione, che vive di lavori informali, è stata costretta a tornare in strada, non rispettando le misure di ‘toque de queda’, nella speranza di guadagnare qualche soldo per sfamare la propria famiglia. Inoltre, le misure di distanziamento sociale sono state impossibili da mantenere in alcuni luoghi che caratterizzano fortemente il panorama urbanistico latino americano: le favelas e i mercati. I primi sono quartieri di estrema periferia dove la popolazione più povera ha cercato di costruirsi una casa anche con materiali di fortuna. Le famiglie che abitano in queste zone, oltre a non possedere sufficiente denaro per acquistare anche solo del sapone, sono molto numerose e risiedono in spazi di pochi metri quadrati, il che non permette di mantenere nessun tipo di distanziamento sociale. I secondi, ossia i mercati, che sono una parte fondamentale della cultura sudamericana, sono stati uno dei principali veicoli di propagazione del virus.

Il terzo e ultimo fattore che può aiutarci a capire la situazione in Sud America riguarda le infrastrutture. Gli Stati latino americani sono, tra i paesi occidentali, quelli che spendono di meno in sanità ed istruzione. Questa mancanza di investimenti spiega il motivo della crisi negli ospedali: paesi come il Cile hanno già raggiunto il 90% dei posti in terapia intensiva occupati. Oltre al problema del sovraccarico, molti medici lamentano anche la carenza di sufficienti ed adeguati equipaggiamenti sanitari, nonché la scarsa disponibilità di respiratori. In zone come Iquitos, la città più grande della regione amazzonica peruviana, le bombole di ossigeno sono arrivate a costare più di mille dollari sul mercato nero, mentre in Venezuela molti ospedali soffrono addirittura della mancanza di acqua corrente.

I governi sudamericani hanno già iniziando ad allentare le restrizioni imposte all’inizio di marzo, per quanto la situazione epidemiologica suggerirebbe di fare il contrario. Ma lo stress sulla regione sta diventando insopportabile e lo dimostrano le immagini strazianti delle bandiere rosse, segno della mancanza di alimenti in certe abitazioni, appese fuori dalle finestre delle città colombiane. La Regione sta per attraversare una delle peggiori crisi economiche degli ultimi cento anni: la Comisión Económica para América Latina y el Caribe (CEPAL) prevede un aumento di 29 milioni di nuovi poveri e una decrescita pari al -5,3%in tutto il continente sudamericano, il che darà un duro colpo alle economie già da tempo in recessione. In questo modo, si apre anche per l’America Latina il grave dilemma tra preservare l’economia oppure salvare più vite possibili.

Santiago Olarte

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