La Bielorussia di Lukashenko

In queste ultime settimane abbiamo sentito molto parlare della Bielorussia dopo la rielezione del Presidente Lukashenko: nonostante però il paese sia da 26 anni sotto una dittatura di fatto, non tutti ne conoscono la sua storia più recente.

La Bielorussia è una Repubblica presidenziale, ma di fatto una dittatura: il presidente Lukashenko, che governa ininterrottamente dal 1994, viene definito dalla comunità internazionale “l’ultimo dittatore d’Europa”.
La Bielorussia è una delle 15 ex repubbliche sovietiche e si è resa indipendente dall’URSS nel 1991, quando è diventata anche membro del CSI, la Comunità degli Stati Indipendenti (ma effettivamente ancora legati alla Russia).
Lukashenko è il primo presidente eletto di questa nuova repubblica: ex soldato sovietico, il suo obiettivo primo era fondare un governo pulito, combattendo contro la corruzione. Il presidente mantiene gli apparati pubblici già in vigore sotto l’URSS e fonda l’Unione Russia-Bielorussia, per legare ancora di più le due economie: il primo compito del governo era infatti quello di stabilizzare l’economia del paese, che però ancora oggi dipende strettamente dalla Russia, specialmente per quanto riguarda gas e elettricità.
La politica economica bielorussa viene definita “socialismo di mercato”, ovvero è caratterizzata da un forte controllo dello stato nell’economia, a scapito della libertà di impresa. Questa scelta ha però portato anche ad alcuni risultati positivi: la disoccupazione è molto bassa e la distribuzione del reddito tra le famiglie è una fra le meno diseguali al mondo.

Perché la presidenza di Lukashenko è considerata una dittatura? Secondo la Costituzione un mandato presidenziale dovrebbe durare 5 anni ma con il referendum del 1996 Lukashenko allunga il mandato a 7, e con un altro referendum, questa volta del 2004, ottiene il diritto a ricandidarsi alle elezioni senza limiti nei mandati.
Con queste due mosse il presidente si mette contro l’Occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, che emarginano il paese sul piano internazionale.

Ancora più gravi sono gli affronti alla libertà personale e le limitazioni ai diritti politici: dal 2006 sono state tante le manifestazioni di piazza, tutte represse dall’esercito; spesso sotto elezioni alcuni candidati vengono respinti e non possono partecipare alla corsa per la presidenza per “motivi legali”, mentre altre volte vengono convinti a non candidarsi attraverso l’uso della violenza.
Queste pratiche poco pulite pare non siano mancate anche durante le elezioni dello scorso agosto: Svjatlana Tikhanovskaya sua oppositrice e membro del partito “Paese per la vita”, avrebbe ottenuto solo il 10% dei voti mentre il presidente l’80%.
L’OSCE (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) già nel 1998 invia una missione permanente a Minsk per determinare la presenza di violazioni dei diritti: nel paese le elezioni sono, stando ai resoconti, macchiate da brogli e repressioni dell’opposizione, tanto che nel 2012 nessun deputato dell’opposizione viene eletto in parlamento.
Soprattutto durante i suoi primi mandati però, il consenso della popolazione verso il presidente era reale: solo grazie alla sua vicinanza con la Russia e specialmente con il presidente Putin, la Bielorussia era riuscita ad evitare il disastro economico mentre l’opposizione, anche se appoggiata dall’Occidente, era fragile e non riusciva a garantire una valida alternativa.

Dopo le proteste di questi giorni qualcosa cambierà sul piano interno o ci sarà bisogno di un intervento internazionale per calmare le acque nel paese?

Marta Fornacini

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