Irina Slavina, il suicidio di una giornalista troppo scomoda

Una persecuzione durata anni, fatta di minacce, intimidazioni e l’arresto di tutti i suoi collaboratori. “Per piacere, date la colpa della mia morte alla Federazione Russa”. Sono state queste le ultime parole, postate sul suo profilo Facebook, di Irina Slavina, prima di recarsi di fronte alla stazione di polizia della sua città, Nizhny Novgorod, dove si è data alle fiamme. La scena catturata dalle telecamere della stazione è disarmante, Irina viene soccorsa da un ragazzo che, avvistate le prime fiamme, cerca disperatamente di evitare il peggio, ma senza alcun successo. Irina Slavina era una giornalista, direttrice della testata Koza.Press, già particolarmente nota al Cremlino e alle forze dell’ordine russe. 

Lei e il suo giornale sono stati da sempre impegnati nel togliere quel velo di oscurità che cela la maggior parte delle decisioni del governo guidato da Vladimir Putin, il quale ha invece cercato costantemente di impedire lo svolgersi della loro attività investigativa, attraverso diverse minacce e con una vera e propria persecuzione durata fin troppo. L’ultimo atto di questa interminabile serie di soprusi è stato l’arresto graduale di tutti i dipendenti e colleghi di Irina, raggiungendo l’obiettivo di fare terra bruciata attorno alla giornalista. 

Lo slogan simbolico del suo giornale Koza.Press è “niente censure”, qualcosa di sicuramente molto difficile e poco realizzabile in un paese come la Russia. Nell’ultimo periodo il governo russo riteneva che la Slavina e il suo giornale stessero collaborando con Open Russia, una fondazione creata dall’oligarca e magnate petrolifero Mikhail Khodorkovsky, reduce di una condanna di ben nove anni attorno alla quale aleggia da sempre l’ipotesi che dietro la sentenza si nascondesse il presidente russo, accusato di aver pilotato il processo che ha costretto un suo possibile avversario ad essere eliminato dai giochi politici. Con questo movente (sarebbe più giusto parlare di scusa), sono state condotte diverse retate da parte della polizia di stato russa, che ha iniziato a cercare in modo assillante qualsiasi documento che collegasse il giornale della Slavina con la fondazione di Khodorkovsky, potendo così giustificare (almeno davanti gli occhi di tutti) eventuali arresti. Le manette per i dipendenti del giornale sono arrivate comunque perché le operazioni ordinate dal governo sono eseguite raramente alla luce del sole. L’ultima operazione di depistaggio è avvenuta il 2 ottobre, il giorno prima che la disperazione della giornalista toccasse il limite. 

Stavano cercando brochure, ricevute di Open Russia, magari un’icona con la faccia di Khodorkovsky. Non ho nulla di tutto questo”, riporta Slavina “mi hanno portato via tutto quello che hanno trovato: tutte le memorie esterne, il mio computer, il telefono. Sono rimasta senza mezzi di produzione. La polizia ha anche confiscato del materiale, scritto dalla giornalista, riguardante le recenti proteste avvenute a Nizhny Novgorod, di cui si era occupata. 

Prima che iniziassero a cercare prove, la polizia aveva chiesto a Slavina di consegnare volontariamente volantini di Open Russia, ma lei non era mai stata in contatto con la fondazione. L’ultima indagine di cui si stava occupando consisteva nel riportare le proteste avvenute nella sua città a causa dello sviluppo sconsiderato che stava interessando una delle aree più verdi della città, proteste dietro le quali si ipotizzava ci fossero i finanziamenti della società di Khodorkovsky. Forse è stato quello il pretesto per incastrare quella scrittrice scomoda, ora che poteva essere collegata ad un personaggio già malvisto dal Cremlino, e per giustificare il suo arresto, smantellando così un intero giornale che era da sempre una spina nel fianco del governo russo. Prima dell’arresto è stata la disperazione ad avere la meglio su Irina, colpevole di svolgere in modo esemplare la sua attività di giornalista investigativa, in un Paese che, però, non gradisce le investigazioni.

Antonio Ruggiero

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