Hagia Sofia: un dibattito interculturale e interreligioso senza tempo

La Grande Moschea Benedetta della Grande Hagia Sophia (ex Basilica di Santa Sofia) a Istanbul, il Partenone di Atene (tempio greco, poi chiesa, poi ancora moschea), la Grande Moschea di Tangeri (costruita come Chiesa), la Moschea Jamal Abdul Nasser (ex Cattedrale) di Tripoli, la Moschea degli Omayyadi o GrandeMoschea di Damasco (costruita sul sito di una basilica cristiana), la Cattedrale dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima in Cordova (ex Grande Moschea di Cordova), la Moschea Alamgir (nata come tempio indù) nel sud-est dell’India… Si potrebbe continuare a lungo, ma ciò che accumuna tutti questi luoghi di culto dalle antiche edificazioni e dalla ricca e intensa storia, è l’essere stati, per secoli, oggetti di contesa, simboli di una supremazia religiosa ideale.

La ormai ex Basilica di Santa Sofia, in turco Ayasoya, ufficialmente nota come Grande Moschea Benedetta della Grande Hagia Sophia, simbolo dell’unicità e della saggezza di Istanbul è stata nuovamente convertita al culto islamico per volere del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan con un decreto presidenziale del 10 luglio 2020. L’edificio era già stato oggetto di diverse contese e successive conversioni religiose nei suoi quasi 1500 anni di storia, ma la più recente decisione di ritrasformarla in moschea ha riscontrato non poche polemiche.

La Grande Moschea Benedetta della Grande Hagia Sophia a Istanbul. http://www.artwave.it

L’attuale struttura venne edificata nel 537 per volere dell’imperatore bizantino Giustiniano I e fino al 1453 l’edificio fu cattedrale cristiana; in quell’anno divenne ufficialmente moschea ottomana in seguito alla conquista di Costantinopoli da parte del Sultano Maometto II, e tale rimase fino al 1931, quando fu sconsacrata. Il 1º febbraio 1935, per volere dal primo presidente e fondatore della Repubblica turca Mustafa Kemal Atatürk, divenne museo ed emblema della sua visione politica, che prevedeva di trasformare la Turchia in un paese laico e ispirato al modello occidentale. Privata della sua funzione religiosa, l’edificio venne così aperto alle visite turistiche con tanto di biglietto d’ingresso.

Hagia Sofia, inoltre, è Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 1985, per la complessità della sua testimonianza in quanto monumento simbolo dello straordinario incontro tra Occidente e Oriente.
Nonostante le guerre e le lotte di potere che l’hanno vista protagonista, dopo 86 anni, il 24 luglio 2020 ha visto svolgersi la prima preghiera pubblica islamica dopo la riconversione in moschea, in presenza del presidente Erdoğan.

La prima preghiera islamica a Hagia Sofia dopo 86 anni. http://www.mattinonline.ch

Il 73% della popolazione turca sembrerebbe essersi dimostrato d’accordo con la decisone del loro presidente, ma come era prevedibile, diversi Paesi non hanno tardato a esternare la propria preoccupazione e a esprimere critiche nei confronti del progetto; tra questi il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, che non ha perso l’occasione di ricordare i principi su cui è stata fondata la Repubblica turca e la Grecia, che rivendica le radici cristiane del luogo appellandosi all’UNESCO. L’organizzazione, a sua volta, ha ricordato alla Turchia l’obbligo di consultarla prima di intervenire su un monumento Patrimonio dell’Umanità, cambiandone la destinazione.
Posizioni contrarie alla riconversione sono state espresse anche da Papa Francesco, che ha espresso parole amare a riguardo e si è detto «molto addolorato» per la decisione, così come il patriarca Bartolomeo, guida della comunità cristiana di Istanbul, mentre il patriarca armeno Shahak II Mashalian auspica la possibilità che Hagia Sofia possa ospitare la pratica di diversi culti simultaneamente.

Il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) – che rappresenta 500 milioni di cristiani nel mondo – ha chiesto a Erdoğan di rivedere la sua decisione, ma, in tutta risposta, il presidente turco ha annunciato di voler convertire in moschea anche la chiesa di San Salvatore in Chora, altro grande esempio di architettura bizantina. Il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, esponente del Partito Popolare Repubblicano, in un’intervista per il quotidiano La Repubblica ha invece espresso la sua contrarietà al progetto e ha affermato di ritenere Santa Sofia la più evidente rappresentazione di incontro multietnico e multiculturale e di dialogo interreligioso. İmamoğlu, inoltre, ha definito Istanbul «la città del coraggio democratico in Turchia», nonché «una città con una storia e un’identità cosmopolita, fatta di tolleranza, apertura alle novità, rispetto nei confronti delle altre culture e religioni, […] una città globale da migliaia di anni, […] il luogo in cui Oriente e Occidente si incontrano».

Ma cos’è cambiato davvero nella fruizione dell’edificio dopo la riconversione in moschea?
Il protocollo d’intesa firmato dall’autorità religiosa e dal Ministero, necessario dopo l’abolizione dell’ente museale, ha permesso la riorganizzazione degli spazi interni nel rispetto dell’apparato artistico dell’edifico: alcuni tappeti verdi coprono ora i pavimenti della navata centrale, lasciando però visibile l’area in opus sectile riservata alle incoronazioni imperiali; soltanto i mosaici dell’abside (la Madonna con Bambino e l’arcangelo Gabriele del IX secolo) vengono temporaneamente coperti da teli bianchi durante gli orari delle preghiere quotidiane. Nei normali orari di apertura l’ingresso è diventato libero e gratuito e tutte le altre decorazioni sono accessibili come in precedenza.

Interno di Hagia Sofia, prima della riconversione in moschea. http://www.artwave.it

Hagia Sofia, così come tutti gli edifici citati in principio, rimane un unicum sia dal punto di vista storico, sia da quello culturale; la sua architettura bizantina, uno dei più grandi esempi superstiti di quest’arte, riflette tutto il fascino del periodo d’oro per l’Impero romano d’Oriente unitamente al ricco apparato decorativo che vede l’affiancarsi di mosaici ed elementi classici a simboli tipici della tradizione islamica.
Sono proprio i simboli in cui diverse culture si sentono rappresentate che sovente, nella storia, hanno generato incomprensioni che talvolta hanno portato alla completa distruzione di espressioni artistiche non riconosciute e altre volte alla riconversione di quegli stessi simboli, come nel caso degli edifici sopra citati, usando il pretesto religioso per supportare e avvalorare questioni sociali, politiche e di potere.
Dall’incontro di differenti culture e ideali, nei casi che ancora oggi abbiamo la fortuna di ammirare, possiamo scoprire forme d’arte nuove e architetture eclettiche, contaminate da stili tra loro idealmente lontani. L’auspicio è che questa fortuna non venga mai negata a nessuno.

Elena D’Elia

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