Matthieu Ricard: l’uomo più felice del mondo

Uomini di religione, filosofi, scienziati si interrogano sin dalla notte dei tempi sull’essenza della felicità: che cos’è la felicità? Chi è, com’è fatta una persona felice?
Possiamo immaginare questa persona come qualcuno di ricco, qualcuno che ha ottenuto il massimo successo nella carriera o nelle proprie aspirazioni, qualcuno con una famiglia o degli amici insostituibili, qualcuno che vive in un paradiso terrestre come l’isola di Bali, qualcuno che può ottenere tutto ciò che desidera… Oppure possiamo immaginare un monaco buddhista di origini francesi, discepolo della scuola tibetana.

Matthieu Ricard nasce ad Aix-les-Bains, nel sud-est della Francia, nel 1946. Vive a Parigi, frequenta i circoli intellettuali, facendo la conoscenza – fra i tanti – di Stravinsky, Buñuel, Henri Cartier-Bresson; negli anni ’70 si laurea in genetica delle cellule all’Institut Pasteur, e subito dopo parte alla volta dell’Himalaya, dove inizia il suo percorso presso i lama tibetani.

A partire da allora, quali azioni, quali comportamenti hanno fatto di Matthieu Ricard “l’uomo più felice del mondo“? Forse le quarantamila ore di meditazione che si dice abbia accumulato fino a oggi (facendo il calcolo, sono più di due ore al giorno, festivi compresi), forse la passione per la fotografia – mantenuta anche in Tibet, in cui ha immortalato paesaggi, monasteri, monaci, arte – magari la scrittura, che l’ha portato a pubblicare diversi libri e testi sacri buddhisti. Di certo non si può trascurare, poi, la gioia apportata dalla semplice azione del “fare del bene, considerando i numerosi progetti umanitari promossi da Ricard, fra cui scuole, cliniche, servizi medici, case per anziani e addirittura costruzioni di ponti nella zona fra il Tibet, l’India e il Nepal.

«La seule chose qui me fait quitter mon ermitage, c’est l’action humanitaire

(L’azione umanitaria è l’unica cosa che mi fa lasciare il mio eremo.)

matthieu ricard

Ricard vive infatti come un eremita, in un piccolo rifugio sulle montagne del Nepal, da cui si allontana solamente per le visite al monastero e per dedicarsi all’associazione umanitaria Karuna-Shechen, di cui è co-fondatore. Da cinquant’anni è inoltre vegetariano: oltre che una caratteristica essenziale per qualsiasi monaco buddhista, si tratta di una scelta che manifesta il suo impegno per la protezione della natura e la tutela degli animali, tanto da aver coniato un nuovo termine – “zoocidio” (zoocide) – per indicare l’equivalente del genocidio e dello sterminio sistematico di una parte degli esseri umani, ma applicato agli animali.

Nell’opera Plaidoyer pour les animaux (Difesa degli animali) scrive:

«È a Jacques Sémelin (storico n.d.E.) che devo l’intuizione di utilizzare, addirittura di creare, una parola specifica per l‘uccisione di massa degli animali propongo quindi il termine zoocide al fine di evitare qualsiasi confusione con il genocidio, che per definizione riguarda gli esseri umani. Il termine greco zôon “essere vivente” indica in origine tutti gli esseri viventi, a eccezione delle piante. Perciò, incluso l’uomo. Tuttavia, nell’uso corrente e accettato, si riferisce nello specifico agli animali.»

Ricard definisce quindi “zoocidio”:

«la sistematica messa a morte di un gran numero di animali. (…) Per rispetto verso le vittime [di genocidio n.d.E.] è importante ricordare innanzitutto che le prime persone a essere state colpite dalla quantità di aspetti in comune fra l’Olocausto e il massacro industriale degli animali, non erano dei difensori fanatici della causa animale, ma proprio delle vittime di quel genocidio – dei sopravvissuti oppure delle persone che avevano perso i loro parenti prossimi.»

Il termine “zoocidio” è stato addirittura validato da autori di origine ebraica, oltre che da Élisabeth de Fontenay, presidentessa della “Commissione per l’insegnamento della Shoah” della Fondazione per il ricordo della Shoah.
Inoltre, la dedizione di Ricard verso la causa animale è alla base della sua storica amicizia con la scienziata Jane Goodall.

La felicità: questione di scienza, religione o filosofia?

Nella contesa fra le scienze – fra cui la filosofia – e le religioni, la felicità sembrerebbe collocarsi comunque nel mezzo, almeno secondo Ricard, che dal 2000 è membro del Mind and Life Institute, un’associazione il cui obiettivo è coniugare il buddhismo con la scienza, come metodi per comprendere la realtà e la natura. Fra l’altro, un altro membro illustre è proprio il dalaï-lama (di cui Ricard è interprete ufficiale per il francese).

A ogni modo, a decifrare la chiave della felicità di Ricard sono stati i neuroscienziati dell’Università del Wisconsin, grazie a una risonanza magnetica: secondo i duecentocinquantasei sensori attaccati al suo cranio, l’uomo più felice del mondo vanta – nella zona del cervello connessa con le emozioni positive – un livello di attività pari a -0,45, quando i valori medi oscillano fra +0,3 (di disperazione) e -0,3 (di beatitudine). Se la beatitudine è – secondo la definizione Treccani – uno “stato di soddisfazione piena e perfetta, cioè costante e a cui non manchi nulla“, allora Ricard, con il suo punteggio al di là della scala delle emozioni, si trova oltre la beatitudine, oltre il perfetto stato mentale?

Per una guida rapida alla felicità, potete seguire i TEDx tenuti da Matthieu Ricard qui oppure leggere il suo blog.

Alice Tarditi

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