La storia della lira dall’Unità alla prima guerra mondiale

L’anno seguente alla proclamazione del Regno di Sardegna, nel 1862, la lira piemontese, diventata, con la legge Pepoli, lira italiana, si conferma come legal tender, ossia come unica moneta legale di estinzione di obbligazioni: tutte le altre valute vengono sospese, sebbene al Sud vengano ancora parzialmente tollerate al valore di ragguaglio.

Come i principali Paesi europei (Francia e Germania), l’Italia conferma un regime bimetallico (oro e argento in quantità stabilite dalla legge), avvicinandosi maggiormente alla Francia, la cui capitale era la maggiore piazza del debito pubblico italiano. Nel 1865, viene a crearsi l’Unione Monetaria Latina, con Francia, Italia, Belgio, Svizzera e successivamente Grecia, volta all’unificazione dei criteri di coniazione e dunque all’agevolazione del commercio.

Rimane però il problema della pluralità degli istituti di emissione, questione tanto ideologica quanto contesa di interessi. Per quanto riguarda il primo aspetto, occorre sottolineare come all’epoca fossero diffuse teorie liberiste volte a sostenere la pluralità degli istituti di emissione, che avrebbe portato a una maggiore concorrenza e dunque a una migliore performance (il cosiddetto fenomeno del Free Banking in Italia sostenuto da Francesco Ferrara). Per quanto riguarda il secondo, invece, da un lato vi era l’interesse di chi era particolarmente legato alla banca sarda (Quintino Sella) per cui ne sosteneva l’unicità, dall’altra vi erano i finanzieri toscani e del mezzogiorno che rivendicavano la necessità di emettere moneta.

Le principali banche italiane di emissione erano:
• Banca Nazionale degli stati Sardi, nata nel 1849  dalla fusione della banca di Genova e Torino che, all’indomani dell’unificazione, nel 1867, diventa Banca Nazionale del regno d’Italia, che ambiva ad essere il primo istituto d’emissione nella penisola;
• Banca Nazionale di Toscana, nata dalla fusione della banca di sconto di Firenze e Livorno;
• Banca Toscana di Credito per le industrie e il commercio, tra i cui azionisti figura Pietro Bastogi (ministro dell’economia del regno);
•Banco di Napoli (ex banco delle due Sicilie), istituzione pubblica che svolge la funzione di sostegno e riscossione delle imposte;
• Banco di Sicilia, ex banco dei reali domini al di là del faro, con funzioni pubblicistiche;
• Banca Romana.

All’indomani dell’unificazione, il Belpaese si trova a dover affrontare un elevato debito pubblico, problematica amplificata da una speculazione al ribasso sulle principali piazze europee e sui principali titoli europei, tra i quali il consolidato italiano. Si scatena così una corsa agli sportelli, che mette in ginocchio la Banca Nazionale: l’istituto concede un prestito di 250 milioni di lire al governo, che in cambio sospende la convertibilità per l’istituto e concede il corso forzoso. Questo privilegio, tuttavia, porta a scontri in Parlamento, cosicché viene riconosciuto il corso legale agli altri istituti di credito, i quali però devono convertire le loro banconote in moneta o in banconote della banca centrale (il corso forzoso per un consorzio di banche che emettono per lo stato viene creato solo nel 1874).

Nonostante l’intervento del governo nella determinazione del tasso di sconto e il controllo esercitato sulle banche, la circolazione monetaria aumenta, portando al deprezzamento della lira nei confronti dell’oro e alla conseguente inflazione.

Gli anni ’70 sono nel complesso positivi, con qualche segnale di ripresa, tant’è che Agostino Magliani, nel corso del decennio successivo, tenta di abolire il corso forzoso, grazie a un ingente prestito estero: tra il 1881 e il 1883 i biglietti vennero ritirati e sostituiti con monete in oro e argento, lasciando però il corso legale. 

La manovra ha esito positivo, la moneta si apprezza e iniziano ad affluire capitali esteri. Tuttavia, con la caduta della destra storica e della cosiddetta austerity, il nuovo governo interviene pesantemente nella costruzione di ferrovie, supporta il settore manifatturiero e quello dell’acciaio (per fini bellici). L’euforia del momento innesca una bolla speculativa sul settore immobiliare che colpisce tanto privati quanto banche, bolla che emerge a galla solo con la chiusura dei cantieri e l’insolvenza delle banche che falliscono, culminando nella crisi del 1893. Nel corso degli anni ’80, inoltre, si ha una crisi agraria dovuta alla concorrenza statunitense, alle pessime annate per i prodotti della terra e all’emigrazione, a cui si cerca di far fronte imponendo dei dazi che tuttavia altro non fanno che scatenare una guerra commerciale.

Nel 1893 vengono a galla gravi trasgressioni, irregolarità e falsificazioni, soprattutto da parte della banca romana. Esponenti del governo, tra cui Giolitti, legato al presidente della banca, Giovanni Tanlongo, cercano di fare il possibile per infangare la questione, ma nel 1892 arriva l’inchiesta nelle mani dell’opposizione, che fa scoppiare lo scandalo: la banca di Roma aveva ritirato le banconote, ma invece di sostituirle, le aveva rimesse in circolazione, oltre a duplicare banconote già emesse, arrivando così ad avere scoperti di cassa. Con l’inchiesta di Alvise Biagini ormai non ci sono più coperture e la falla salta fuori.

Con la legge del 10 agosto 1893 nasce la Banca d’Italia, che acquisisce le passività delle altre banche, nel tentativo di sanare le falle, diventando la Banca nazionale e conservando il monopolio dell’emissione fino al 1926.

Tra la fine del secolo e l’inizio del successivo, durante la cosiddetta età giolittiana, nascono nuovi istituti volti al sostegno dell’imprenditorialità dei settori promettenti. La finanza estera, in particolare quella tedesca, gioca un ruolo particolarmente importante e favorisce la nascita di importanti banche commerciali – Banca commerciale italiana (Credit), Credito italiano (Comit), Banco di Roma, Società bancaria italiana – che favoriscono lo sviluppo e la crescita ininterrotta fino alla guerra.

Ma la storia della lira non finisce qui; continuate a leggerci per scoprire la seconda parte dell’avvincente epica della storica moneta nazionale.

Simona Ferrero

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