Etiopia: cos’è successo tra governo federale e Fronte di liberazione del Tigré

La notte tra il 3 e il 4 novembre scorsi è scattata la prima offensiva militare del governo federale etiope di Abiy Ahmed nei confronti delle forze ribelli del Tigrè, una regione nel nord del paese, al confine con l’Eritrea.

Le notizie sul conflitto sono state molto limitate, soprattutto nelle prime fasi, in quanto il governo centrale aveva predisposto nella zona dei combattimenti un blackout totale, che prevedeva anche il blocco delle vie di comunicazione e il divieto di entrata ai giornalisti.
I dissapori tra il governo centrale e quello del Tigrè (o TPLF, Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè) sono iniziati in realtà a settembre, quando il governo tigrino ha scelto di tenere le elezioni nonostante il Primo Ministro avesse scelto di rimandarle a causa della pandemia, anche dopo lo scadere del mandato.
Dopo essere state accusate di tradimento, le forze tigrine avrebbero scatenato un attacco verso il quartier generale dell’esercito federale a Mekelle (capoluogo della regione tigrina): il caso, anche se negato dalle forze del TPLF, è servito al primo ministro Abiy per far scattare in primis lo stato di emergenza nella regione e poi il vero e proprio attacco militare.

Tra il ’98 e il 2000 proprio la regione tigrina era stata la protagonista di un conflitto tra Etiopia ed Eritrea, risoltosi ufficialmente solo con il trattato di pace di due anni fa, trattato che ha permesso al primo ministro Abiy Ahmed di vincere il premio Nobel per la pace nel 2019.
Proprio a causa di questa ragione storica i ribelli tigrini accusano l’Eritrea di aver sostenuto il governo federale nella guerra, anche se l’accusa è stata respinta dal primo ministro etiope.
Quasi nessuno Stato della regione, a causa dei precari equilibri del Corno d’Africa, sostiene la causa tigrina, anche se un discorso a parte va fatto per il Sudan, dove decine di migliaia di sfollati etiopi stanno cercando un rifugio: la situazione umanitaria in Tigré infatti era già in precario equilibrio, specialmente a causa dei 96mila rifugiati eritrei, e dopo lo scoppio del conflitto non ha potuto che peggiorare.
Secondo Amnesty International le parti in conflitto avrebbero bloccato gli aiuti umanitari verso le zone colpite, uccidendo quattro operatori umanitari in servizio, nonostante questo sia considerato un crimine di guerra.
Il 28 novembre il primo ministro ha annunciato su Twitter la vittoria a seguito della conquista di Mekelle, durante quella che è stata definita “la fase finale” delle operazioni militari, scattata al termine dell’ultimatum che il governo centrale aveva lanciato al TPLF chiedendo di porre fine alla ribellione.

Svariati tentativi di pacificazione sono venuti dall’esterno, principalmente dagli altri stati africani preoccupati per la possibile dilagazione del conflitto, ma sono tutti stati respinti dal governo di Ahmed in quanto “indesiderati”.
Solo ultimamente qualcosa sembra essersi mosso sul piano diplomatico: dopo che il ministro della pace etiope ha permesso l’accesso alla regione colpita per garantirle i giusti rifornimenti, il 18 dicembre l’ONU ha stanziato 35,6 milioni di dollari in aiuti umanitari per i civili rimasti in Tigré e per coloro che sono stati costretti a scappare.

Il 14 dicembre, per la prima volta dall’inizio del conflitto, Abiy Ahmed ha visitato il capoluogo del Tigré e ha permesso la riattivazione di tutti i servizi nell’area, compresi i collegamenti telefonici.
La situazione però è lontana dallo stabilizzarsi: l’acqua e il cibo sono scarsi e i servizi non sono sempre funzionanti, per cui fare una conta dei danni è ancora difficile. Nonostante questo i dati che abbiamo ci restituiscono una situazione sconcertante con migliaia di vittime e un milione di sfollati; a questo l’UNICEF ha aggiunto la sua preoccupazione per i bambini tigrini (più di due milioni) in disperato bisogno di assistenza umanitaria.

Marta Fornacini

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