Dogtooth: quando la tragedia greca arriva sul grande schermo

Una casa. Un padre, una madre, tre figli. Questo è ciò che vediamo, anzi: questo è ciò che pensiamo di vedere.


Quanto appena accennato, in tutta la sua dirompente concisione, è la sinossi di Dogtooth, il film che nel 2009 consacrò al pubblico internazionale il regista greco Yorgos Lanthimos, cui valse il premio come Miglior Film nella categoria Un Certain Regard al Festival di Cannes.
Eppure, nelle sale italiane, il film è approdato soltanto ad agosto 2020, con ben undici anni di ritardo. Nonostante il lungo viaggio che la pellicola ha dovuto affrontare per giungere fino a noi, bisogna riconoscere che la ricezione ritardata di questo film sembri muoversi incredibilmente di pari passo coi tempi che corrono. Servivano circostanze paradossali come quelle che da un anno a questa parte viviamo, dunque, a fomentare la provvidenziale idea di ridare vita ad un prodotto che circa un decennio prima il cinema italiano aveva condannato a immeritato oblio?

Uno dei tratti distintivi del cinema di Lanthimos è sicuramente la sorprendente capacità di suscitare nello spettatore una sensazione di angoscia disturbante: al regista greco piace provocare, stuzzicare, scioccare, scardinare ogni ordine precostituito e ricombinarlo secondo modalità e meccanismi non soltanto inattesi, ma anche fortemente atipici. Questo è quello che accade anche in Dogtooth.

Tuttavia, guardando questo film oggi, il disagio che si prova è addirittura diverso: non più “solo” straniante, come probabilmente sarebbe potuto essere se la proiezione del film nel nostro Paese fosse avvenuta secondo l’iter previsto, ma, in un certo senso, familiare, amplificandone il potere drammatico, rendendolo ancora più inquietante.

Il legame con la Grecia, in Dogtooth, è presente sia in quanto terra natale del regista, sia nello sviluppo del contenuto e delle tematiche affrontate, che presentano una significativa affinità con il mondo della tragedia antica, cui Lanthimos mostra di essere affezionato in questa come in altre delle sue opere. Anzi: non sarebbe troppo azzardato spingersi ad affermare che, di fatto, in ciascuno dei suoi film la tragedia greca incontra il cinema producendo qualcosa di mai visto prima, che sfugge a una possibile classificazione. Quello che ne deriva, insomma, è un modo di fare cinema del tutto nuovo e sperimentale: il tentativo di portare sullo schermo gli stilemi tipici della tragedia greca e della logica a essa sottesa, che a sua volta è il prodotto della mentalità e della cultura greca antica.

Nel mondo antico, infatti, la tragedia era un vero e proprio rito collettivo della polis, il cui obiettivo era quello di attivare una purificazione massiva della collettività, attraverso una fruizione dello “spettacolo” vissuta in modo attivo e partecipato da ciascun singolo, proprio in quanto parte del gruppo. Il mezzo di cui il rito si serviva per produrre questo effetto catartico era il mito, usato come espediente narrativo utile a collocare la vicenda in un passato lontano, che fungeva da metafora a temi e problemi in realtà attuali. Attraverso la tragedia, lo spettatore, dunque, veniva sottoposto agli impulsi sfrenati e irrazionali che albergano nell’animo umano, di cui ciascun individuo è più o meno consapevole, e vi dava sfogo in una forma più “innocua”. Si trattava, dunque, di una vera e propria esperienza rituale collettiva, che veniva attivata e amplificata dalla performance teatrale.

Questi sono gli stessi meccanismi che Lanthimos cerca di realizzare attraverso i suoi film, in Dogtooth in modo particolare. L’obiettivo è mostrare quali possono essere i parossismi provocati dall’ipercontrollo, in un contesto familiare che è al contempo (oggi più che mai, ndr) terribile metafora sociale. Ecco che allora vediamo un padre di famiglia e una moglie crescere i loro tre figli all’interno di una villa appartata, da cui non possono uscire. Questa casa-gabbia costituisce un microcosmo ideale costruito ad hoc dai genitori per proteggere i figli dalla presunta corruzione cui andrebbero inevitabilmente incontro una volta varcatane la soglia. Per mantenere incorrotta la loro purezza, e tenerla al riparo dal pericolo rappresentato dal potenziale contatto – nel vero senso della parola – con la realtà esterna, i tre figli vengono cresciuti all’insegna della menzogna, senza tuttavia esserne consapevoli. In questo universo “parallelo” ogni aspetto della realtà viene demistificato, compresa la lingua corrente.

Nessun membro della famiglia ha un nome proprio (né sa che dovrebbe averne uno), un comunissimo gatto è considerato una terribile minaccia da eliminare, il termine “zombie” è usato per indicare un piccolo fiorellino giallo… I tre figli devono rispettare le regole imposte dai genitori per non mettere in pericolo la vita di un presunto quarto fratello (non a caso invisibile). Inoltre, non c’è nulla di strano se all’interno della piscina compaiono all’improvviso dei pesci o se si vedono volare aerei giocattolo. Non da ultimo, i rapporti sociali vengono regolati sui principi della competizione e dello scambio e vige un approccio controverso al mondo sessuale, considerato degno di essere vissuto ed esperito attivamente solo dagli individui di sesso maschile…
Queste, fra le tante, sono solo alcune delle innumerevoli peculiarità all’insegna delle quali è improntata l’esistenza dei personaggi all’interno del film.

L’aspetto più significativo, comunque, è il ruolo che il cinema viene ad assumere all’interno di questo contesto, configurandosi come una forma di meta-cinema. Il mezzo cinematografico, infatti, diventa un ponte con il mondo reale, reso appetibile al punto da fomentare in qualcuno un incontenibile desiderio di ribellione. Ma questa rivolta rappresenterà il fallimento o la conferma di questo perverso sistema socio-familiare?

Se questi aspetti vi hanno incuriosito e non siete tra i pochi eletti che hanno fatto in tempo a gustarsi la pellicola direttamente in sala, non disperate: da dicembre, infatti, è possibile acquistare l’edizione home video del film. Inutile dirvi che se siete amanti del cinema d’autore la visione di questo gioiellino non dovrà assolutamente sfuggirvi!

Arianna Arruzza

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