Sanremo, fra tradizione e rivoluzione

Nonostante le mille difficoltà legate alla pandemia, anche quest’anno il Festival di Sanremo non poteva mancare: in ritardo, senza pubblico e con qualche regola in più, riesce comunque a regalarci qualche serata di normalità, dandoci la possibilità di riflettere e di interrogarci su temi di straordinaria attualità.
Sì, perché il Festival, con i suoi limiti, le sue potenzialità e contraddizioni, è lo specchio del nostro paese, delle sue tendenze musicali, sociali e politiche, e da sempre segue le trasformazioni della nostra società.
In una settimana di kermesse, sono stati tanti i cantanti, gli ospiti, i temi trattati e, ovviamente, non sono mancate le critiche: proviamo a ripercorrere cos’è successo nella settantunesima edizione del Festival di Sanremo.

Protagonista: la musica

Da sempre il Festival è un mix di tradizione e innovazione, e lo abbiamo visto bene quest’anno, grazie all’inaspettata vittoria dei Måneskin, ma anche all’originalità di Achille Lauro che, ogni sera, con i suoi “quadri”, ci ha portato all’interno di un mondo musicale diverso.
Quest’anno più che mai sembra essersi ridotta la distanza tra cantanti più e meno noti, tra “veri big” e giovani, tra tradizione e modernità. Sono stati molti gli artisti già affermati, ma molti anche quelli meno conosciuti, che hanno usato il festival come trampolino di lancio per far conoscere un genere “di nicchia” al grande pubblico.
Ognuno ha cercato di portare una personale sfumatura dell’arte e della musica, giocando con abiti, trucchi e acconciature e creando uno stile originale, qualche volta a dir poco eccentrico, ma sicuramente innovativo.

Festival al femminile

Le donne sono da sempre presenti su questo palco, ma quest’anno il tema della femminilità è stato davvero rappresentato in mille modi: difficile dare una sola rappresentazione del variegato mondo femminile, per questo sono state tante le ospiti e le co-conduttrici, che hanno mostrato ognuna la propria personale visione della donna.
Alcune sono state molto apprezzate, come Elodie, che ha portato sul palco il suo talento e la sua storia difficile, altre invece sono state criticate: da Beatrice Venezi, della quale si è parlato molto in merito alla scelta di declinare il suo mestiere al maschile anziché al femminile (direttore e non direttrice d’orchestra), a Barbara Palombelli, che ha raccontato la sua storia e la storia di molte donne della sua generazione. La Palombelli ha voluto parlare alle giovani ma nella sua narrazione queste non si sono riconosciute: molte cose sono cambiate da quegli anni di rivoluzioni culturali e di sicurezza economica. Diversi i tempi, diversi gli obiettivi e diverse le stesse donne.
Molte altre si sono susseguite sul palco dell’Ariston, dalla giovanissima top model Vittoria Ceretti alla affermata giornalista Giovanna Botteri, ma ognuna di loro ha portato sul palco solo se stessa: possiamo riconoscerci nelle loro storie o visioni della femminilità, ma nessuna di loro rappresenta la Donna con la D maiuscola: forse a Fiorello, Amadeus, o Ibrahimovic si chiede di rappresentare la maschilità o l’uomo italiano per eccellenza?

La “Rivoluzione dei fiori”

Sempre per quanto riguarda l’universo femminile, un altro piccolo gesto ha fatto molto parlare di sé, tanto da essere definito la “rivoluzione dei fiori”.
Secondo la tradizione del Festival, tutte le cantanti e le ospiti che salgono sul palco vengono omaggiate con un bellissimo mazzo dei famosi fiori di Sanremo. Quest’anno, però, molte tra le giovani artiste si sono battute, con un piccolo gesto, contro i vecchi stereotipi di genere: ed è così che, tra le altre, Francesca Michielin dona i suoi fiori al collega Fedez e Victoria de Angelis, bassista dei Maneskin, cede il suo mazzo a Manuel Agnelli con il quale avevano appena duettato.
L’ultima sera si tenta, in corsa, di aggiustare il tiro: è così che i fiori vengono donati non solo a tutte le artiste ma anche ai cantanti uomini che si esibiscono assieme ad una donna. E’ solo un contentino o dall’anno prossimo assisteremo davvero ad una rivoluzione culturale?

Disabilità: necessaria una “educazione alla sensibilità”?

Come abbiamo detto, il palco dell’Ariston è spesso usato per affrontare questioni estremamente complesse e attuali: è il caso del tema della disabilità, di cui si è parlato invitando sul palco Donato Grande, attaccante della nazionale di Powerchair Football.
L’intento è nobile: parlare di diversità e di inclusione, temi senza dubbio sinceramente a cuore dei due padroni di casa, che finiscono però per costruire un siparietto stucchevole, fatto di comportamenti, gesti e frasi che risultano, nella loro buona fede, discriminatori, lontani anni luce dall’inclusività che si pongono come obiettivo.
In questo caso non si tratta però di una “semplice gaffe”, ma di un problema strutturale, una mancanza di educazione e di informazione su questo tema insita nella nostra cultura.

Le critiche costruttive

Insomma, il Festival è anche e soprattutto critica: il pubblico sta cambiando, è diventato molto più sensibile riguardo determinati temi, ed è necessario che lo show segua a ruota questa tendenza.
Una cosa, infatti, rappresenta il successo del Festival: la sua capacità di evolversi con il cambiare dei tempi. Il suo obiettivo è rappresentare le tante anime della società e diventa facile urtare la sensibilità di qualcuno quando si cerca di piacere a tutti, nonostante generazioni, idee politiche e posizioni sociali diverse.

Marta Fornacini

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