La storia è sempre storia contemporanea

Da Marcinelle a Lampedusa.

«Commemorare una tragedia significa innanzi tutto esprimere rispetto per le vittime. Tuttavia, se l’elaborazione della memoria non ci porta a riflettere sul nostro modo di comportarci in contesti assimilabili a quello in cui la tragedia è maturata, allora non esprimiamo rispetto per le vittime: facciamo solo un’operazione di facciata. La prima immagine che mi viene in mente quando penso al fenomeno migratorio è uno specchio, che riflette anche il lato oscuro della società da cui si parte e di quella in cui si arriva, il lato che di solito non si vuol vedere». (Claudio Micheloni).

L’8 agosto del 1956, alle ore 8:10 un carrello, mal avviato nella gabbia nella sua salita verso la superficie, ha sezionato dei fili elettrici e ha provocato un cortocircuito. Il cortocircuito è all’origine dell’incendio. L’incendio è stato terribile, visto che non solo i fili elettrici erano stati sezionati, ma anche un tubo che portava olio facilmente infiammabile. Tantissimi minatori di numerose nazionalità sono così morti bloccati nelle viscere della terra.

Ma facciamo un lungo salto temporale per tratteggiare il contesto di una tragedia, quella di Marcinelle, che dischiude itinerari e analogie su eventi e tematiche che percorrono i secoli fino ad oggi.

Analisi storica delle cause.

È nella metà dell’Ottocento che nasce il concetto di emigrazione come valvola di sfogo, un discorso che s’innestava sulla costruzione dell’imperialismo europeo in Inghilterra e in Francia. Con il fascismo, la narrazione anti-migratoria sembra prendere il sopravvento con l’abolizione del commissariato emigratorio in favore di una mobilità colonizzatrice, ma è solo un’ideologia di facciata che cela, decantando l’antiliberalismo, i precedenti rifiuti e gli accordi diplomatici non andati in porto con l’Unione Sovietica e il blocco da parte degli Stati Uniti che limitò “l’onda migratoria olivastra” con la promulgazione dei Quota Act e dell’Immigration Act negli anni Venti.

La Repubblica italiana ai suoi albori si presenta come una nuova pagina che suggella un distacco netto dal ventennio fascista. Ma le carte ancora una volta rivelano un risvolto ambiguo.

L’Italia, depauperata alla fine del conflitto, si ritrova in uno stato di incertezza e precarietà e per sopperire alle debolezze latenti diverrà protagonista della CECA, la Confederazione economica del carbone e dell’acciaio, con Olanda, Lussemburgo, Francia e Germania.

Periodo di grandi cambiamenti che apriranno il periodo d’oro degli accordi migratori, tra i quali quello con il Belgio ricco di risorse minerarie, ma scarso in manodopera per un lavoro fruttuoso ma pur sempre pericoloso e lacerante. L’Italia, imbrigata nel clima di fermento all’ascesa economica, dispone di numerose “braccia” disposte a partire e ricominciare una nuova epoca intrisa di aria nuova e speranza. Il 23 giugno 1946, un protocollo di accordo viene firmato a Roma: l’Italia s’impegna a mandare in Belgio 50mila lavoratori, scaglionati in 2mila a settimana in cambio di carbone. Dei manifesti sono affissi in tutta Italia e numerosi canditati all’immigrazione si lasciano convincere dalla propaganda lusinghiera dei reclutatori (ossia i rappresentanti delle miniere per primi e la Feder carbone e il Governo in seguito).

Analizzando i vari contesti è inevitabile l’analogia di questo patto con l’accordo del 1937 che l’Italia fascista siglò con i nazisti per esportare braccia in cambio di carbone tedesco.

Inoltre, i flussi migratori non avvengono mai per caso; il 54 per cento dei maschi italiani all’epoca era disposto alla partenza, a emigrare da quel contesto di latifondismo, sfruttamento, salari esigui e famiglie numerose con tante bocche da sfamare. Partire era un’esigenza ed è su questo bisogno che Italia e Belgio fanno leva per ricavarne un profitto reciproco. Braccia temprate da stenti e fatica, un senso del dovere e del lavoro spiccati; una sineddoche di inchiostro, nero su bianco, sottacendo una realtà complessa, gli itinerari migratori diventano progetti studiati a tavolino a discapito dei cittadini. La speranza di una vita migliore è asservita ai potenti, una fonte di profitto e ascesa economica per i due stati.

Come vivevano gli emigrati italiani in Belgio?      

                                        

Spicca innanzitutto l’immagine dei falansteri. Come afferma Cumoli, in queste baracche gli emigranti erano «largamente isolati dalla cultura propriamente industriale, sul piano politico, ideologico e sindacale». I falansteri, infatti, erano «un universo chiuso, quasi concentrazionario, dove i contatti con la società di accoglienza erano pressoché nulli».
Non mancarono le ostilità con la popolazione belga, rinchiusa nella sua diffidenza fatta di stereotipi e paura del diverso. Il clima non era roseo innanzitutto a causa del rigido divieto nei confronti dei nuovi arrivati di riunirsi in sindacati e associazioni politiche, ostacolo non di poco conto nei confronti dei politicizzati italiani, e soprattutto si impediva la formazione di protezioni, luoghi in cui i diritti possono essere difesi e gli abusi resi evidenti. Marcinelle è la tragedia di tanti lavoratori costretti ad emigrare in cerca di un futuro migliore. Inoltre, secondo quanto descritto nel saggio dell’autore Marcello Benegiamo «Capire Marcinelle. L’industria mineraria in Abruzzo dagli inizi dell’Ottocento al secondo dopoguerra», una buona parte della forza lavoro proveniva dall’Abruzzo, una terra che già da tempo di estrazione mineraria, quindi quei lavoratori non erano soltanto emigranti, ma erano minatori da oltre un secolo. Un dato sconcertante è quello della manodopera utilizzata: non solo uomini, ma anche donne e bambini che venivano impiegati come cernitori del materiale estratto che spaccavano e sceglievano nei piazzali antistanti questi pozzi. 

Solo dopo molti anni di lotte, dopo Marcinelle, nei meandri del Bois du Cazier in cui morirono 262 minatori, di cui 136 italiani in maggioranza abruzzesi, si arrivò ad un’integrazione grazie anche all’intervento delle donne che intessevano legami e rapporti con la nuova comunità. Il nucleo familiare e i sindacati catalizzarono questa convivenza fino alla nascita di nuovi cittadini italo-belgi: le cose sono cambiate quando i belgi e gli italiani si sono conosciuti.

«Capire la nostra storia per guardare al futuro» è l’occhiello della rassegna “Migrazioni: da Marcinelle a Lampedusa. Capire la nostra storia per guardare al futuro che percorre il fil rouge che unisce la strage di Marcinelle a quella di Lampedusa, tenutasi dal 23 novembre al 2 dicembre 2016 nella Sala Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato. Una considerazione è doverosa: «La storia è sempre storia contemporanea». (Benedetto Croce).
Non si possono dimenticare gli sguardi delle donne e degli uomini che sbarcano: negli occhi il dolore per i compagni perduti, per le persone e le città abbandonate, l’orrore per la guerra e la fame, la paura e la fatica della traversata, ma anche la luce della speranza e della fiducia. Non si possono dimenticare nemmeno la generosità, la dedizione, l’umanità degli operatori e dei lampedusani, che hanno fatto dell’isola un avamposto della solidarietà famoso in tutto il mondo.
«L’8 agosto ho partecipato con grande emozione, in rappresentanza del Capo dello Stato, alla cerimonia commemorativa del sessantesimo anniversario della tragedia di Marcinelle, che causò la morte di 136 persone. Buzzati ne scrisse sul Corriere: “Fu come se fosse sprofondato un intero paese con i suoi abitanti; provate con l’immaginazione a figurarvi quei minatori tutti in fila e dietro a loro le famiglie, padri, madri, fratelli: centinaia, forse migliaia di creature”» (Pietro Grasso, Presidente del Senato della Repubblica).

Immigrazione in Italia: la tragedia a Lampedusa.

Percorrendo questa via cosparsa di sofferenze, morti scandalose e ingiuste è inevitabile una riflessione sulla questione degli immigrati che approdano sulle nostre coste. Lampedusa diventa emblema della difficile condizione di chi raggiunge il nostro paese in condizioni disumane, fuggendo da contesti ancora più problematici. Non può passare sotto silenzio il numero esorbitante di corpi privi di vita sulle rive del Mediterraneo, il disagio, l’impasse e l’indifferenza europea, le discriminazioni, le violenze e gli abusi subiti da chi sopravvive al viaggio sui barconi per poi passare tra le mani di altri sfruttatori, centri smistamenti o addirittura rifiuti e rimpatri.

«Ecco, proprio quel 3 ottobre 2013 si è consumata la strage di Lampedusa, in cui sono morte 368 persone tra donne, uomini e bambini. In quell’occasione ho fatto tutte le ispezioni cadaveriche. Purtroppo, detengo un triste e infame primato: credo di essere il medico che ha fatto più ispezioni cadaveriche al mondo.
Io pretendo da tutti i miei collaboratori che il primo approccio non sia mai quello sanitario, ma quello umano. A noi tanto non costa niente. Basta un sorriso, una pacca sulla spalla, qualsiasi cosa, anche un tè caldo, come diceva il Presidente, per far loro capire che sono arrivati in un paese amico, dove nessuno più farà loro del male.
Perché se questa gente scappa dalle guerre, dalle persecuzioni, da tutto ciò che accade da quelle parti, devo dire che forse un po’ di responsabilità ce l’abbiamo anche noi, compresi quanti vivono oltreoceano. Pertanto, se abbiamo questa responsabilità, credo abbiamo anche il dovere di accoglierli, accettarli e aiutarli». (Pietro Bartolo, medico di Lampedusa).

Le donne sono quelle che pagano più di tutti: vengono tutte violentate e moltissime arrivano incinte, sono i soggetti più vulnerabili a causa delle particolari condizioni che sopportano durante il viaggio. Si ammalano infatti molto più degli uomini della cosiddetta «patologia dei gommoni». Si tratta di ustioni determinate da una miscela di benzina e acqua che si raccoglie sul fondo dei gommoni. Quando si imbarcano su tali gommoni, spinti da un motore molto piccolo, per superare “le 20 miglia” vengono caricate 10-15 taniche di carburante, con cui continuamente riempiono il serbatoio. Questa benzina, nell’atto di rifornire il serbatoio, cade a terra, si miscela con l’acqua salata e inzuppa i vestiti per lo più delle donne. Ciò perché gli uomini, non per cattiveria ma per proteggerle, siedono sul tubolare, lasciando sedere le donne al centro del gommone, con i bambini in braccio.

In conclusione, l’elemento umano, la solidarietà, la forza della coesione, la rappresentanza, un’idea multiculturale e globale nel rispetto del locale di sindacati, protettorati e organi di protezione sociale possono essere oggi un’efficace piano d’intervento.

«Se vogliamo non solo ricordarli, ma vogliamo onorare questi nostri caduti nella storia dell’emigrazione italiana, dobbiamo guardarci dentro, oggi. Dobbiamo guardare come noi ci comportiamo nei confronti dei fenomeni migratori di oggi. Se non facciamo questo, facciamo una commemorazione fredda, che tranquillizza, forse, le nostre coscienze di italiani, ma non onoriamo quei caduti. Le storie di emigrazione sono sempre delle storie di uomini, donne, bambini che lasciano il loro territorio, le loro terre d’origine non solo per cercare di migliorare la loro vita, ma per salvarla, per sopravvivere». (Nicola Negri, Direttore Inail Abruzzo).

Nota: le citazioni riportate sono parti di interventi all’inaugurazione della rassegna “Migrazioni: da Marcinelle a Lampedusa. Capire la nostra storia per guardare al futuro”.

Arianna Guidotto

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