Le fiabe e gli stereotipi di genere

Biancaneve, Cenerentola, la Bella Addormentata, sono solo alcune delle incantevoli principesse che hanno accompagnato la nostra infanzia, ma quali sono davvero i messaggi e gli insegnamenti che queste fiabe trasmettono e cosa implicano a livello sociale? Sottolineiamo che la maggior parte delle fiabe che conosciamo sono state rese popolari grazie alla trasposizione in cartoni animati della Walt Disney, che ha generalmente mantenuto le imposizioni di ruolo delle storie originali risalenti circa al diciassettesimo e diciottesimo secolo, come quelle dei fratelli Grimm. Queste fiabe, all’apparenza innocenti, hanno accompagnato i sogni di molti bambini e influenzato i comportamenti di molte generazioni, ma scavando più a fondo è possibile scorgere gli stereotipi e le differenze di genere che da sempre vengono propagandati da queste favole.

Fiabe e femminismo

Ruoli di genere fissi e standardizzati, la donna ritratta solitamente come debole, ingenua e portatrice di bellezza, questa la sua unica dote. Passiva, e bisognosa di essere salvata. La sua aspirazione più grande? Il vero amore, un matrimonio e una famiglia. Ma se fosse altrettanto giusto desiderare un lieto fine che non preveda nessuna di queste opzioni? Il tema è già stato ampiamente dibattuto da molte femministe che negli anni hanno sollevato la voce, partendo da Simone de Beauvoir che, con il suo saggio Il secondo sesso del 1949, riflettendo sulla posizione delle donne nella società del tempo, fu una tra le prime ad identificare le profonde asimmetrie di genere nelle fiabe. Il criticismo femminista a proposito delle fiabe si è andato sviluppando dagli anni settanta in avanti, portando anche ad una rivisitazione e riscrittura di queste classiche storie in chiave femminista.

Divergenze di genere

Ma cosa intendiamo esattamente con stereotipi di genere? Sono sostanzialmente delle idee standardizzate e spesso peggiorative di un individuo dettate dal suo genere. Questo presuppone che ci si aspetti determinati e preimpostati comportamenti, tratti caratteriali, modi di apparire, a seconda che ci si trovi di fronte un individuo biologicamente di sesso maschile o femminile. Questa diffusa concezione è inoltre accompagnata dal riconoscere solo due possibili alternative di genere, l’opposizione binaria tra maschile e femminile, che viene inculcata attraverso la famiglia, i media, la scuola e l’educazione, a cui possiamo aggiungere anche le fiabe in questione. Ciò che spesso viene ignorato è che ogni persona di sesso maschile è in realtà dotato dei cosiddetti tratti tipicamente femminili e viceversa, ma con l’apprendimento e l’interazione con i pari, oltre che attraverso l’inconscio processo di socializzazione a cui ogni bambino va inevitabilmente incontro, durante la crescita, vengono interiorizzati dei modelli che ci si presentano come normativi e che accentuano il divario tra maschile e femminile e la relativa acquisizione di ruoli opposti e divergenti.

Notiamo inoltre come nella maggior parte delle fiabe esista una rivalità tra le donne, tra la dolce e bella protagonista e –solitamente- la perfida matrigna. La madre è spesso assente o, nel peggiore dei casi, morta, e la giovane fanciulla si trova ad essere sottomessa, piuttosto paradossalmente, ad altre donne. Viene così a mancare anche un’intera rete di supporto tra figure che dovrebbero condividere determinate condizioni di vita e che potrebbe fornire un esempio positivo al lettore, andando invece ad enfatizzare la competizione esistente tra di esse.

Le favole che hanno ispirato cartoni e film non fanno altro, insomma, che sottolineare le disuguaglianze di genere, il sesso forte e il sesso debole, una gerarchia tra ruoli, in cui la figura femminile risulta essere remissiva e subordinata all’eroica figura maschile.

Francesca Formento

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