Dalla Tebaide alla Commedia: un seminario su Stazio – parte 1

Dal 12 febbraio al 5 marzo, per quattro settimane, si sono tenuti via Webex gli incontri organizzati dall’Università di Torino per il seminario Dalla Tebaide alla Commedia (e oltre). Nuovi studi su Stazio e sulla sua ricezione.

Per chi non avesse fatto studi classici, Publio Papinio Stazio è stato un poeta romano di età Flavia (45–96 d.C. circa), tra i maggiori esponenti del suo tempo insieme a Silio Italico e Valerio Flacco. Rientra tra quei poeti poco approfonditi durante gli studi liceali, per il fatto che appartengono a un filone che ripropone i miti classici, greci per la maggior parte, e soprattutto per il fatto che utilizzarono largamente Virgilio come modello di stile. Per questo vengono spesso – e a torto – ritenuti esponenti di minor rilievo, maggiormente allineati al potere imperiale e meno originali di altri autori a loro contemporanei (tra i quali spicca Quintiliano che, infatti, non cita nessuno dei tre autori come modelli per l’epica classica).

Per la verità, la poesia di età Flavia offre moltissimi spunti di riflessione, molte citazioni erudite e, sottesi al testo, molti messaggi morali riferiti all’età ad essa contemporanea.

Primo incontro.

Durante il primo incontro, abbiamo assistito agli interventi di Carole Newland, docente all’Università del Colorado, che si è occupata in particolare dei legami interni al corpus di Stazio, tra le Silvae, raccolta di poesie di argomento bucolico, e la Tebaide, poema epico che racconta dello scontro tra Eteocle e Polinice, con particolare attenzione al cambiamento di significato assunto dal sostantivo fragor, “fragore”. Mentre nelle Silvae il termine indica il suono derivante da una costruzione, legato a immagini positive come quella di Enea o dell’imperatore, nella Tebaide lo stesso termine allude piuttosto a un senso di trasgressione e di distruzione.

Secondo intervento della giornata è stato quello di Stefano Rebeggiani, docente alla University of Southern California, che ha sottolineato il ruolo della guerra civile – pur inserita in un contesto greco come quello di Eteocle e Polinice in contrapposizione per la reggenza di Tebe – che attinge a piene mani dall’Eneide di Virgilio ma che rimanda inevitabilmente alle guerre civili che hanno determinato la presa del potere da parte della dinastia Flavia sotto la quale un autore come Stazio si trovava a vivere. Nell’epoca dei Flavi gli autori di spicco avevano il dovere di legittimare il potere ottenuto dagli imperatori creando una connessione tra le vicende contemporanee e il mondo ellenistico, in un modo che anticipa un gusto che sarà tipico dell’età successiva, quella degli Adottivi.

Secondo incontro.

Apre il secondo incontro Stefano Briguglio, ricercatore dell’Università di Torino, che sottolinea i punti di connessione e differenza tra Stazio e altri autori ai quali si rifà, come Callimaco e Virgilio, e soprattutto tra la Tebaide e la Pharsalia di Lucano. Laddove, in Lucano non esisteva Provvidenza, in Stazio vediamo l’intervento delle divinità, in un ritorno all’epica classica. Osserviamo in particolare la trasformazione di un locus amoenus in un ambiente corrotto in seguito al passaggio degli Argivi: la foresta Nemea, attraversata dai soldati guidati da Adrasto, re di Argo, con lo scopo di combattere una guerra fratricida, diventa un luogo nel quale non c’è connessione tra natura e uomo; la natura è profanata ed in questa occasione che si realizza il nefas, il “nefasto”, l’illecito, ciò che è contrario alle leggi della natura e degli dei. In questa occasione la natura si ribella e un serpente morde e uccide un bambino di nome Ofelte, del quale viene poi descritta l’apoteosi che rimanda a quella di Dafni descritta da Virgilio (Bucoliche, V Ecloga). I toni macabri con i quali viene tratteggiata la morte di Ofelte sono invece un chiaro richiamo, ancora una volta, a Lucano.

Interviene poi Francesca Econimo, della Scuola Normale di Pisa, che ha indagato sulla tematica di illusione e morte, con particolare riferimento agli effetti del Sonno all’interno della Tebaide. Il Sonno è descritto in modo quasi paradossale: come una sorta di divinità che porta sonnolenza tanto al paesaggio quanto ai mortali – al punto che le parole degli uomini finiscono troncate a metà, tanto improvvisamente li colpisce – e per questo è vivo, ma non riesce quasi a stare sveglio. Inevitabile un confronto con Ovidio, che inserisce la figura nelle Metamorfosi, ma con una funzione passiva, tanto che la parte attiva del Sonno è invece affidata a Morfeo. Nella Tebaide il Sonno interviene, discende sui Tebani, che appaiono morti e verranno massacrati a tradimento dagli Argivi.

L’ultimo intervento è di Lavinia Galli Milić, professoressa alla Cattolica di Milano e impegnata a presentare il progetto di creazione di un’edizione critica digitale dell’Achilleide di Stazio, che prende in esame tutti i testimoni esistenti del testo di Stazio. La pubblicazione è prevista solo in formato digitale, con lo scopo non solo di rendere più fruibile la lettura del testo, con la possibilità di visionare le immagini, l’elenco dei manoscritti e con l’inserimento di un apparato critico interattivo, ma anche di permettere una migliore collaborazione e un miglior dialogo tra gli studiosi a livello internazionale.

Con l’intervento della professoressa Milić si conclude il secondo incontro, per gli ultimi due incontri rimandiamo alla parte 2, che uscirà domani.

Monica Schianchi

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