Who made my clothes? – Al via la Fashion Revolution Week 2021

È il 24 aprile 2013 quando a Savar, nei pressi di Dacca (Bangladesh), il Rana Plaza crolla a causa di un cedimento strutturale. Dopo settimane e settimane di operazioni di soccorso i bilanci sono drammatici: 1.129 le vittime e 2.515 i feriti.

Parenti delle vittime del crollo del Rana Plaza in attesa del riconoscimento presso l’obitorio*

Il Rana Plaza era un edificio di proprietà di Sohel Rana e ospitava molte fabbriche di abbigliamento che realizzavano prodotti per note catene e marchi (con un totale di circa 5.000 impiegati), alcuni negozi e una banca.
In seguito al crollo, il capo della Protezione Civile del Bangladesh ha annunciato che quattro piani erano stati costruiti senza alcun permesso. Lo stesso architetto del Rana Plaza ha affermato che lo stabilimento non era progettato per ospitare fabbriche.
Lo stipendio medio dei lavoratori nelle fabbriche tessili presenti nel Rana Plaza era di 38 dollari al mese. Inutile dire che si trattava di sfruttamento.

Cosa comporta produrre una t-shirt?

Per la produzione di una maglietta che un’industria del fast fashion vende a circa 29€ sono 18 i centesimi che arrivano all’operaio che l’ha prodotta, mentre il resto del ricavato viene così ridistribuito:

Analizzando l’impatto ambientale, invece, possiamo dire che per produrre una maglietta vengono utilizzati 2,6kg di anidride carbonica, pari a 14km percorsi da un’automobile.**

Fashion Revolution: il movimento

In seguito al crollo, numerosi sono stati i provvedimenti adottati. In primis è stato aumentato il salario dei lavoratori, andando a raggiungere i 51€ medi mensili. E ancora, dopo meno di un mese dal crollo un gruppo di sindacati, con gli esponenti di alcuni marchi, hanno proposto la siglatura dell’Accordo per la sicurezza degli edifici e la prevenzione degli incendi in Bangladesh. Moltissime sono state le imprese che hanno aderito nel corso degli anni e altrettante quelle coperte dal programma.
Nonostante i molti miglioramenti, la situazione in Bangladesh resta molto delicata: i salari, dopo il 2013, non sono più aumentati, sono stati bensì soggetti a una forte inflazione che ha visto il susseguirsi dell’aumento del costo dei beni di prima necessità.
Molti sono ancora i casi di sfruttamento all’interno delle fabbriche di catene d’abbigliamento note globalmente. Per questo motivo è nata l’associazione Fashion Revolution, che ogni anno indice la Fashion Revolution Week nella settimana di aprile che comprende la data dell’anniversario del crollo di Rana Plaza.

Fashion Revolution Week 2021

Il tema di quest’anno è l’interconnessione tra i diritti dell’uomo e quelli della natura, in quanto entrambe le parti sono responsabili del futuro della salute del nostro pianeta.
L’obiettivo di Fashion Revolution è quello di permettere alle persone di ricostruire un nuovo rapporto con l’industria della moda e con i capi d’abbigliamento. Se l’epidemia di Covid-19 ha permesso alle persone di acquisire maggior consapevolezza e adottare uno sguardo più critico, questo non è avvenuto nelle grandi aziende dove i diritti dei lavoratori e dell’ambiente vengono spesso messi in secondo piano.

Poster creato da Meg González.

Fashion Revolution sottolinea come il momento di rivoluzionare il mercato della moda è ora e che questo sia possibile solo adottando soluzioni interconnesse che mirino al benessere delle persone e della natura.

Who Made My Clothes?

L’invito dell’associazione Fashion Revolution, che ha sede nel Regno Unito, è quello di provare a cambiare il sistema usando la propria voce nonostante la pandemia. Il metodo? Attaccando dei poster alle proprie finestre, disponibili qui, affinché il grido rimbombi in tutto il mondo: “Who Made My Clothes?

Per approfondire…

Per approfondire il tema della moda etica e sostenibile The Password consiglia la visione del documentario The True Cost (2015), che è stato in grado di analizzare attentamente l’industria della moda e del fast fashion. Il documentario è un vero e proprio viaggio attraverso il processo che porta a produrre qualsiasi capo d’abbigliamento venduto a basso prezzo permettendo allo spettatore stesso di venire a contatto con la cruda realtà.

Fast fashion isn’t free.

Someone, somewhere, is paying.”.

– The True Cost (2015)

Gaia Bertolino


*: Di Sharat Chowdhury – Sharat Chowdhury’s facebook album, permission given by email, CC BY 2.5
**: https://www.investireoggi.it/economia/ecco-il-vero-prezzo-della-fast-fashion/

Fonti: Abiti Puliti, Wikipedia, Fashion Revolution, The True Cost.

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