Conti pubblici: cosa ci aspetta per questo 2021?

Che la pandemia abbia pesato molto sulle tasche dello Stato non è una novità, ma di quanto esattamente?

Cerchiamo di fare chiarezza su alcuni concetti e numeri chiave per cogliere l’entità del problema nella sua interezza.

Quando si parla di conti pubblici, tipicamente tre sono le grandezze da analizzare: la crescita del PIL, il deficit e il debito pubblico. Studiamoli singolarmente.

La crescita del PIL è l’aumento percentuale del prodotto interno lordo sull’anno precedente. Ricordiamo che nel 2020 il PIL è letteralmente crollato di 8,9 punti percentuali e dalle stime di marzo di quest’anno sappiamo che è destinato a crescere, nel migliore dei casi, del 4,1%, percentuale ridotta di quasi due punti rispetto alle previsioni dello scorso settembre.

La seconda grandezza è il deficit, ossia la differenza tra uscite ed entrate nelle casse dello Stato, che dovrebbe essere pari a 215 miliardi di euro: 123 miliardi dalla Legge di bilancio, 32 miliardi dallo scostamento di bilancio di gennaio, 60 miliardi votati da Draghi. A questi numeri aggiungiamo i 364 miliardi di euro di titoli in scadenza e la cifra si fa impressionante.
Per quanto riguarda le fonti di finanziamento, un ruolo fondamentale sarà giocato sia dalla Banca Centrale Europea, che acquisterà 230 miliardi in titoli di stato tra nuovi e in scadenza, sia dell’Unione Europea, che coprirà integralmente o quasi (resta da vedere per il più recente scostamento di 40 miliardi) il deficit.   
Per quanto riguarda il finanziamento sul mercato, oltre ai tradizionali titoli emessi e ai già raccontati BTP Green (link?) dal 19 al 23 aprile c’è stata la terza emissione di BTP Futura con durata di sedici anni, con l’intento di allungare la scadenza del debito approfittando degli attuali tassi di interesse bassi.

Infine, terza ed ultima misura è il debito pubblico, ossia il rapporto tra lo stock di debito (debito pubblico cumulato negli anni) e il prodotto interno lordo, che prima dell’ultimo scostamento di bilancio era previsto del 159% (2750 miliardi) contro il 155,6% (2569 miliardi) dello scorso anno.

IL COSTO DEL DEBITO

Spesso ci si pone la questione: perché il debito pubblico fa male? E politici di destra e di sinistra illudono i propri elettori della fallacia di questa affermazione.

Ebbene, se il debito privato fa male, perché quello pubblico non dovrebbe? Infatti, prendere a prestito significa chiedere a terzi delle risorse in prestito e impegnare se stessi e i propri figli a ripagare non solo il capitale prestato, ma anche gli interessi, ossia la remunerazione che l’investitore otterrà per aver preso il rischio di impiegare il proprio capitale in quel modo e non in un altro. In quest’ottica, se il debito viene sottoscritto per finanziare opere che generano a loro volta valore, i cosiddetti investimenti, allora il problema è minore poiché il debito verrà ripagato con parte di questo valore aggiunto generato. Al contrario, se il debito viene sottoscritto per spesa di consumo, ossia per il finanziamento di beni o servizi che non generano nessun valore, allora ci si ritroverà semplicemente a dover restituire capitale e interessi con risorse reperite altrove, magari con altro debito.

Ma quando deve scadere il debito?     
Purtroppo o per fortuna non esiste una durata ottimale, semplicemente, come spesso in economia, dipende. La variabile che influenza maggiormente la scelta della scadenza del debito è l’aspettativa dei tassi di interesse: se ci si aspetta che i tassi di interesse aumentino nei periodi successivi è ragionevole optare per debiti a scadenza lunga in modo da avvantaggiarsi dei tassi bassi, se invece ci si aspetta tassi bassi nei periodi successivi è ragionevole prendere a prestito per brevi periodi attendendo i tassi minori.

Al momento i tassi di interesse sono bassi e ci si aspetta una crescita, forse non nell’immediato, ma nemmeno nel medio periodo. Per questo motivo lo Stato italiano sta, ormai da qualche anno allungando le scadenze.

Simona Ferrero

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