Palestina: ” la soglia è stata superata”

Ultimamente abbiamo sentito molto parlare di Israele, e non solo per la sua serrata campagna di vaccinazione. A Gerusalemme, gli ultimi giorni di aprile sono stati segnati da violenti scontri tra palestinesi e forze israeliane di estrema destra: vediamo perché.

Le ragioni dietro gli scontri

La prima causa scatenante sono state le marce (in realtà dei rastrellamenti all’urlo di “morte agli arabi“) dell’ultradestra ebraica, formazione uscita rafforzata dalle elezioni parlamentari del 23 marzo scorso. Queste hanno portato in Parlamento, tra gli altri, Itamar Ben-Gvir, leader dello xenofobo e fondamentalista Potere Ebraico.
Sulla base dello stesso spirito nazionalista, alcuni coloni israeliani hanno poi tentato di espropriare le case di ventotto famiglie nei quartieri palestinesi di Sheikh Jarra e Silwan: questa pratica va avanti da molto tempo ma non è mai stata seriamente condannata dal governo israeliano.
Il 22 maggio infine, si sarebbero dovute tenere le prime elezioni di un ciclo elettorale che doveva coinvolgere tre milioni di palestinesi, per la prima volta dopo 15 anni. Le autorità israeliane, però, non hanno autorizzato il voto per i palestinesi di Gerusalemme est: questo, insieme alla crisi dell’attuale leadership palestinese di Abu Mazen, ha portato all’ennesimo rinvio delle elezioni.

Manifestazione nel quartiere Sheikh Jarra – Fonte: il Post

“Una soglia oltrepassata”

Per queste e molte altre ragioni, l’ONG Human Rights Watch ha diffuso il 27 aprile scorso un lungo dossier, A Threshold Crossed – una soglia oltrepassata -, in cui parla di apartheid e persecuzione per riferirsi al trattamento riservato dalle autorità israeliane ai palestinesi (sia coloro che vivono nei territori occupati sia i residenti nello stato di Israele).

Il termine apartheid è stato coniato per descrivere la politica dell’Unione Sudafricana ma, per estensione, si riferisce a “qualsiasi tipo di emarginazione attuato nei confronti di persone o gruppi considerati diversi o inferiori”. Secondo la Convenzione Onu del 1973 l’apartheid è a tutti gli effetti un crimine contro l’umanità.
Questo rapporto non è il primo a parlare così chiaramente della situazione umanitaria in Palestina: nel gennaio scorso infatti, anche l’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, aveva usato la parola apartheid. Il giudizio di Human Rights Watch ha però un’importanza particolare in quanto, insieme ad Amnesty International, è forse una delle organizzazioni più importanti per quanto riguarda la tutela dei diritti umani nel mondo. Per la prima volta inoltre, questi termini vengono usati in senso legale più che meramente descrittivo.

Il rapporto inizia sottolineando come il governo israeliano privilegi i cittadini ebrei, discriminando metodicamente i palestinesi allo scopo di ostacolarne il diritto all’autodeterminazione.
Per mantenere il controllo politico e demografico sul territorio il governo israeliano ha spodestato, confinato, separato forzatamente e soggiogato i palestinesi: tutte azioni considerabili, per la loro crudeltà, crimini contro l’umanità.
Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale cita gli atti disumani che caratterizzano il crimine di apartheid: trasferimenti forzati, espropriazioni, creazione di riserve e ghetti, la negazione del diritto di tornare nel proprio paese e quello di avere una nazionalità.
Si può parlare di persecuzione quando queste azioni vengono portate avanti in modo sistematico su base razziale, nazionale o etnica e con un intento discriminatorio.

Una tra le pratiche considerate più violente ed invasive è il continuo avanzare dell’occupazione israeliana incentivata dalle autorità: sono migliaia le abitazioni espropriate ai palestinesi e gli edifici distrutti per far posto agli insediamenti dei coloni (nel 2020 si è iniziato a costruire 2.433 nuovi edifici israeliani in queste terre). Per mantenere la dominazione su tutta l’area, i territori palestinesi sono stati divisi in due parti, lontane tra loro: la Cisgiordania e la striscia di Gaza (quest’ultima è il luogo più densamente popolato al mondo con circa 5 mila abitanti per chilometro quadrato; la Lombardia, per fare un esempio, ne conta 423).
La legge sullo Stato Nazione del 2018, infine, definisce Gerusalemme capitale unita dello stato di Israele, e l’ebraico come unica lingua ufficiale, ignorando completamente quel 21% di popolazione araba.

Nella conclusione del dossier, l’ONG indirizza le sue raccomandazioni direttamente alla comunità internazionale che fino adesso non si è mossa per fermare la violazione, legale ed istituzionalizzata, dei diritti umani di 6,8 milioni di persone.
In primis si rivolge ad Israele, chiedendo lo smantellamento di tutte le forme di oppressione sistematica nei confronti dei palestinesi, l’allontanamento dei coloni dai territori occupati, l’abrogazione delle leggi che supportano questa politica di discriminazione e, infine, il progetto di una legislazione basata su diritti umani e uguaglianza.
Poi interpella le Nazioni Unite, a cui chiede sia di creare una commissione di inchiesta per investigare su queste discriminazioni sia di prendere una posizione determinata contro questo genere di crimini, ovunque avvengano nel mondo, portando avanti un serio lavoro di advocacy.
Tutti gli stati della comunità internazionale, infine, vengono sollecitati ad esercitare su Israele una sorta di potere commerciale ed economico, subordinando ogni genere di accordo (tra cui la vendita di armi) alla cessazione di violenze e persecuzioni.

L’intervento della Corte Penale Internazionale

Recentemente la comunità internazionale ha iniziato ad attivarsi: il 5 marzo scorso la Corte Penale Internazionale (CPI) ha confermato che porterà avanti un’indagine proprio nei territori palestinesi, per far luce sui crimini di guerra perpetrati da entrambe le parti dal 2014 ad oggi.
In quell’anno infatti sia le forze israeliane che i gruppi armati palestinesi si sarebbero macchiati di gravi crimini, tra cui l’uccisione deliberata di civili, l’uso di scudi umani, e il trasferimento di parte della popolazione nei territori occupati. Proprio nel 2014 con l’operazione “Margine di protezione” lanciata verso la Striscia di Gaza, avevano perso la vita 2.200 palestinesi (tra cui 1.500 civili) e 73 israeliani.

Israele, così come molti altri paesi (tra cui gli Stati Uniti), non fa parte della Corte Penale Internazionale e non collaborerà quindi alle sue indagini.
Il governo israeliano (che all’epoca della comunicazione era guidato da Benjamin Netanyahu) si è messo subito sulla difesa, additando la corte di “puro antisemitismo”; anche l’opposizione ha contestato la scelta della CPI, definendola “vergognosa”.

Non si può sapere quale sarà l’esito del processo, ma l’annuncio delle indagini è già di per sé molto significativo: possiamo solo sperare che la politica, che si schiera dietro ad una debole difesa ideologica, non impedisca alla giustizia di fare il suo corso.

Marta Fornacini

Per approfondire:

L’estremismo e l’apartheid che colpiscono i palestinesi
Gerusalemme: ramadan di tensioni
Apartheid da Israele nei confronti dei palestinesi”: il rapporto di Human Rights Watch.

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