2 giugno 1946. Repubblica nata da brogli elettorali?

Oggi l’Italia festeggia il 75° anniversario dalla nascita della Repubblica. Attualmente il 2 giugno viene celebrato come festa nazionale, ma all’indomani della Seconda Guerra Mondiale il contesto era tutt’altro che festoso. Il Paese – per anni vittima del nazifascismo – era invaso dalle macerie, con migliaia di italiani ancora sparsi per i campi di prigionia ed un clima che sembrava vicino ad una guerra civile.

I cittadini furono chiamati a far valere – finalmente – il proprio volere democratico. Dopo due decadi trascorse sotto un regime dittatoriale, dopo anni di brogli, di censura, di intimidazioni, uomini e donne di maggiore età, per la prima volta insieme, furono chiamati alle urne. Due furono le schede postegli dinanzi: in primis dovevano decidere chi sarebbe entrato a far parte dell’Assemblea Costituente, organo legislativo preposto alla stesura della Costituzione. In secundis – tramite referendum – si trovavano di fronte ad un bivio: scegliere se proseguire con la monarchia sabauda (che sì, unì il Paese il 17 marzo 1861, ma fu anche casata di colui che firmò le leggi razziali nel 1938) o dare avvio ad una nuova era, ad una nuova forma di governo: la Repubblica, così tanto paventata da tutti coloro i quali vedevano nel cambiamento una nuova forma liberticida.

Il risultato, agli occhi del presente e ancor di più a quelli del passato, fu tutt’altro che scontato. Lo spoglio delle schede fu lento e macchinoso. Da un lato la vittoria della monarchia avrebbe portato a re d’Italia Umberto II, più popolare rispetto a suo padre Vittorio Emanuele III (che, per inciso, si trovava in esilio); dall’altro lato la vittoria della Repubblica avrebbe comportato l’assunzione di un presidente della Repubblica come capo dello Stato italiano, estromettendo il re da tale funzione. Gli esiti diedero la meglio a quest’ultima, con quasi due milioni di voti in più. I votanti la preferirono in tutte le province a nord di Roma (tranne due: Cuneo e Padova); mentre in tutte le province meridionali, escluse Latina e Trapani, la monarchia ebbe la meglio.

Lo svolgimento del referendum venne immediatamente ed aspramente criticato. Se per i votanti repubblicani lo scrutinio (e ciò che ne conseguì) venne fatto alla luce del sole, i monarchici la pensavano ben diversamente. Secondo loro il risultato fu frutto di raggiri e falsificazioni. Colui che più sostenne questa tesi fu Umberto II, successore al trono. Ma per evitare un nuovo conflitto civile – in un’Italia stremata dalla guerra – preferì prendere atto del fatto compiuto e lasciare il Paese, seppure i filomonarchici lo invitassero a resistere in quanto certi di brogli elettorali.

La sconfitta, come già detto precedentemente, fu marginale. Per tale motivo si presentarono migliaia di ricorsi alla Corte di Cassazione, denunciando ogni tipo di anomalie rivelatrici di un voto pilotato.

Nei decenni successivi le controversie sui brogli del 2 giugno non smisero di circolare e presero campo anche in televisione. Il 5 febbraio andò in onda su Raidue la puntata di Mixer, rotocalco settimanale condotto da Gianni Minoli. Il pubblico si trovò di fronte ad Alberto Sansovino, presidente della Corte d’Appello in pensione che confessò il broglio avvenuto nella notte del 3 giugno 1946. Faceva il presidente di seggio a Modena e durante lo spoglio si trovò di fronte il professor Salemi che chiese a lui ed ad altri sei magistrati di sostituire le schede a segnatura monarchica con schede a favore repubblicana. I sette decisero che l’ultimo a rimanere in vita avrebbe dovuto lasciar trapelare ciò che successe quella fatidica notte.

Questa fu la prova che la Repubblica truccò le carte ed ebbe così la meglio sulla monarchia. Bisognerà, quindi, riscrivere la storia? Contro ogni aspettativa, il professor Sansovino non esistette realmente. Si trattò di un personaggio inventato e interpretato dal generale Umberto Quattrocchi. Solo alla fine della puntata, che conteneva inoltre falsi filmati d’epoca, Minoli rivelò si trattasse di una bufala. Tutto era volto in virtù di come la televisione, strumento mediatico d’eccellenza, potesse dirottare idee e pensieri a suo piacimento. Dopo la puntata – che mise ex novo in discussione gli esiti del referendum ed instaurò nuovamente dubbi ed incertezze – si accese una rovente discussione: alcuni presero lo scherzo come tale, altri fecero prevalere le critiche rispetto all’etica.

Nonostante la leggenda sia ancora diffusa, gli storici concordano in modo unanime nel dire che il voto si svolse in maniera regolare. Un distacco di quasi due milioni di voti sarebbe stato troppo difficile da mascherare: avrebbe richiesto la complicità di migliaia di persone e avrebbe lasciato dietro di sé innumerevoli prove.

Giulia Arduino

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