L’amore che osa pronunciare il suo nome: intervista a Giulia Barjona

“L’amore che osa pronunciare il suo nome” è l‘ultima pubblicazione scientifica di Giulia Barjona e ha come tema centrale la catarsi, dal greco kàtharsis “purificazione”, la quale viene rivalutata nella sua natura moderna e affiancata al “rito moderno” del Pride.

Disponibile in tutte le librerie dal 1 giugno, in un mese quanto mai azzeccato, questo non è il primo saggio che Giulia Barjona affronta sull’argomento, relativamente al quale aveva pubblicato il testo Nuove forme di catarsi. Uno “strumento” per educare, che ha ottenuto un buon riscontro da parte degli accademici; è infatti stato scelto come libro di testo in un corso di laurea magistrale dell’università Roma Tre durante l’anno accademico 2019/2020.

Da dove nasce l’idea di questo libro?

“L’amore che osa pronunciare il suo nome” doveva originariamente essere la mia tesi di magistrale, ma alla professoressa non era piaciuta perché sembrava il “manifesto colto del Pride”, così ne ho fatta un’altra. Ho deciso in seguito di rielaborare il mio primo progetto, al quale avevo inizialmente pensato di dare quel sottotitolo, ma poi ho deciso per uno più professionale, in modo da rispecchiare quella che è la vera natura del saggio, cioè scientifica. Questo ora è lo spin-off della mia tesi la quale, nel 2019, è stata anche la mia prima pubblicazione scientifica.

Quali studi hai fatto? Per quale motivo hai deciso di scrivere questo saggio?

Stavo completando la laurea magistrale in Scienze Pedagogiche e mi è sempre interessato il mondo LGBT+, lo trovo stimolante, c’è fermento, è aperto, sperimenta, mischia il già noto, utilizza la diversità come un pregio in grado di portare benefici a tutti e come un elemento da avvalorare. Tratta il diverso come una possibilità in più, una scoperta, un’unicità.

In più volevo scrivere qualcosa che desse un contributo per portare avanti il dibattito. Cercando, ho visto che non esisteva ancora un saggio di questo genere e ho deciso che dovevo scriverlo io.

E di che cosa tratta nello specifico questo libro?

Di come il Pride sia un elemento utile per conoscere se stessi, sia che si partecipi sia che si sia un passante che per sbaglio finisce in mezzo alla sfilata. Serve per mettersi di fronte a cose che non vorremmo vedere di noi, a porsi domande ontologiche, a sporgersi con la testa sull’abisso dell’ “Io” e imparare a conoscersi.

Come tratti il concetto della catarsi nel tuo saggio?

Di catarsi ne esistono tanti tipi, non solo quella tragica. La catarsi qui risulta essere la chiave del testo e dell’evento perché coinvolge attori, pubblico, spettatori esterni e si svolge nei luoghi della quotidianità, che assumono nuovi significati, anche tramite un tempo diverso dal “normale”.

Ci puoi dare un’anticipazione su che cosa intendi con “normale”?

“Normale” deriva da “norma”, un termine statistico che descrive la curva gaussiana, quella a campana. La norma riduce tutto a mera quantità e oggetto, l’uomo è soggetto perché principio d’azione, ma l’uomo non è misurabile, non è divisibile in parti, non lo si studia scomponendolo (non in pedagogia almeno). La norma è solo dove la maggior parte degli elementi si posizionano, ma esistono anche quelli un po’ più laterali e anche quelli agli estremi e tutti hanno pari valore, anche perché se non ci fossero non esisterebbe la bella campana sotto la quale tutti cercano di trovare una posizione. Oltre all’idea che “normale” sia legato a un punto nello spazio, il termine ha un significato contestuale. Dipende dal tempo e dal luogo. Se dovessimo fare un paragone con le lingue, chi è nato in Italia, parla italiano, ed è “normale”, ma tutto sarebbe diverso se fosse nato due metri oltre il confine. Ciò che è “normale” è solo un prodotto culturale, sociale, personale, condiviso o non.

Di cosa trattava invece la tua tesi?

La tesi andava a indagare l’uomo e trovava risposte alle domande sul vivere e sull’Essere grazie alla catarsi che, come abbiamo detto, non è solo tragica. Ho esaminato, ad esempio, tre diverse attuazioni moderne. Partendo da un primo livello più superficiale e tangibile, con i videogiochi, in cui si entra in un mondo altro tramite uno strumento. Con il secondo livello si scende un po’ più in profondità con i parchi a tema, in cui “si cammina in un sogno che rinfranca lo spirito” (cit). Il terzo, il più profondo, insito dentro all’essenza stessa della persona, è il Pride che va a lavorare sul proprio “Io”.

La catarsi, nella modernità, la usiamo sempre ma non ce ne accorgiamo. Se la notassimo e riconoscessimo, chissà che cosa si potrebbe fare. Così ho fornito anche un esempio di attuazione in ambito educativo, che contrasta con tutto il resto della tesi che era prettamente teoretica. In essa però ho disseminato elementi di pragmatismo.

In questo mese così particolare, qual è il tuo ideale sui Pride?

In verità non ho un ideale sul Pride, forse non mi piace neanche. Quello che viene fatto con il Pride non è solo la festicciola colorata in cui divertirsi. Lo scendere per le vie, farsi vedere, dire che si esiste è un modo per uscire e scoprire altre persone, “incontrarsi”. Il Pride porta con sé degli ideali, delle volontà, delle richieste e dei bisogni ma credo che questi sarebbero ormai dovuti essere stati assorbiti e resi parte della “normalità”. Non ci dovrebbe essere bisogno di un Pride. Quindi il mio ideale o speranza sul Pride è quella che esso continui a esistere con significato e fine differenti.

Monica Schianchi

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