It’s Art non è il sito che volevamo ma è quello che ci meritiamo

Finalmente è arrivata It’s Art, la piattaforma che il ministro della cultura Franceschini, da ormai un anno, cerca di venderci come «una sorta di Netflix della cultura».

L’idea, lanciata nella primavera 2020, quando si è resa palese l’impreparazione sul fronte digitale di gran parte del comparto culturale italiano, nasce da premesse sostanzialmente buone. Ma il risultato riesce a reggere il confronto con il modello d’ispirazione?

L’aspetto e la fruibilità

Banalmente, la prima cosa che salta all’occhio è l’aspetto. Il sito non si contraddistingue per grafica, simile ad altre decine di piattaforme simili, e ci si sarebbe aspettato un minimo di creatività da qualcosa che in teoria dovrebbe «offrire a tutto il mondo la cultura italiana».  Altra problematica è la fruibilità, questa “offerta a tutto il mondo” sembrerebbe di fatto limitata, data la scarsissima presenza di sottotitoli (anche in italiano) o audiodescrizione. Inspiegabile, inoltre, la mancanza di un’app dedicata (la visione sui dispositivi mobili avviene tramite browser), che il sito segnala come «non ancora in produzione ma lo sarà presto!».

I contenuti

Altra nota di demerito, purtroppo: i contenuti. Divisi in tre categorie non particolarmente intuitive “palco, luoghi e storie”, sfilano senza il clamore o varietà che ci si aspetterebbe. Alcuni sono gratuiti con inserimento di pubblicità; altri sono a pagamento (la piattaforma non prevede un abbonamento). L’idea di proporre spettacoli teatrali e concerti in streaming poteva essere uno degli elementi distintivi (e infatti fra i contenuti trainanti, almeno a giudicare dalle reazioni sui social, ci sarebbero i concerti di Claudio Baglioni e di Emma Marrone, rispettivamente 12,90 euro e gratis) ma il resto sembra una playlist confusa che mixa video di passeggiate museali (i “luoghi”), opera, documentari e film (le “storie”) disponibili altrove gratuitamente o comunque inclusi nell’abbonamento Prime, Netflix o NowTV.

Ma chi c’è dietro It’s Art?

Il progetto totale, costato intorno ai 30 milioni di euro, è un ibrido fra pubblico e privato. La società è partecipata al 51% da Cassa Depositi e Prestiti (istituzione controllata all’82% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) e al 49% da Chili, azienda italiana già attiva nello streaming on demand. In molti hanno notato l’assenza totale della RAI, già presente e anche discretamente attiva sul fronte streaming -gratuito- grazie a RaiPlay, facendo sorgere ai più la domanda: come mai non si è potenziata quest’ultima, invece di creare un altro sito ad hoc?

Che la gestione di Franceschini non entusiasmi è ormai noto, così come sono noti tutti gli altri progetti più o meno fallimentari che si sono susseguiti sotto la sua guida, fra cui Verybello, un antenato di It’s Art, aperto per l’Expo del 2015 (non senza polemiche) e chiuso nel 2017.

Questo non è che l’ennesimo esempio di una gestione in patologico ritardo, sorda verso gli addetti ai lavori e anche verso il pubblico, che continua a essere sottovalutato (a ragione o torto) e a cui vengono propinate sempre le solite minestre culturali riscaldate.

la foto di copertina è di Angelica Brugnano

Daniela Carrabs

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