Patria perduta e patria ritrovata: gli ebrei marocchini di Israele

La società israeliana non è un’entità monolitica come si potrebbe ipotizzare sulla base dei presupposti della nascita di questo Stato. Infatti, se la fondazione nel 1948 è stata ad opera degli ebrei insediatisi in Palestina, a partire dall’inizio del XX secolo la crescita della popolazione israeliana è stata data anche da altri movimenti migratori e di provenienza geografica diversa. Comunità ebraiche hanno vissuto per secoli in Medio Oriente, Africa settentrionale e in Etiopia e hanno contribuito alla diversificazione della società israeliana. Tuttavia, il processo non è stato affatto spontaneo né lineare e ciascuna comunità richiederebbe un approfondimento a sé. In questa sede si tratterà della diaspora ebrea marocchina.

Nel 1946 in Marocco si trovavano 250 000 ebrei, discendenti delle comunità stanziate nel Paese da secoli (le fonti sono discordanti, ma si suppone che i primi ebrei siano arrivati nel III secolo a.C., mentre una seconda migrazione si è verificata dal 1492, a causa delle persecuzioni in Spagna). Da allora, si possono distinguere tre fasi principali di migrazione verso Israele: la prima, Qadima, iniziata appena dopo la creazione dello Stato; la seconda, dal 1957 al 1961, caratterizzata dalla clandestinità (la rappresentanza marocchina della Lega araba, a cui il Marocco aveva appena aderito, decise nel 1959 di bloccare l’emigrazione degli ebrei) e organizzata dal Misgueret; la terza, concordata con lo Stato marocchino tra il 1961 e il 1964, chiamata “operazione Yakhin”. La Guerra dei Sei Giorni nel 1967 ha poi contribuito ad alimentare il clima di antisemitismo da parte della componente araba della popolazione e l’insicurezza degli ebrei rimasti.

Prima del conflitto israelo-palestinese gli ebrei marocchini godevano di una relativa tranquillità: vivevano nei mellah, ossia i quartieri ebraici delle città e avevano lo status di dhimmi (protetti dal potere statale musulmano in quanto “genti del Libro”), sebbene non mancassero le discriminazioni politiche e sociali e le violenze, testimoniate dalle lettere dei direttori dell’Alleanza Israelita Universale. Successivamente, una serie di fattori portarono a una migrazione massiccia verso Israele e, in minor parte, verso Francia e Canada. I sentimenti e i ricordi di chi è partito sono ben illustrati nei film del senatore francese David Assouline “Entre Paradis perdu et Terre promise” (1997) e del regista e storico franco-marocchino Kamal Hachkar “Tinghir-Jérusalem, les echos du Mellah” (2012) e “Dans tes yeux je vois mon pays” (2019).

Le interviste realizzate in questi film mostrano i sentimenti contrastanti di chi è partito verso la propria terra natia e la terra di arrivo. Da un lato, l’identità degli ebrei marocchini rimane tutt’oggi forte: essi hanno conservato le proprie tradizioni, parlano ancora il tamazight e l’arabo. Alcuni degli intervistati ricordano con dolore il momento della partenza e i buoni rapporti che intercorrevano tra le loro famiglie e quelle musulmane nelle città dell’Atlas in cui sono nati (Sefrou, Tangeri, Asfalou…). Al contempo, anche gli anziani musulmani che convivevano fianco a fianco degli ebrei ricordano con nostalgia e senza rancore quell’epoca passata, i rapporti di fiducia basati sulle attività economiche e i pianti delle famiglie che partivano. I giovani, da una parte e dall’altra, conoscono la propria storia grazie alla memoria trasmessa dagli anziani.

Dall’altro lato, gli anziani rivivono la paura che hanno iniziato a provare dopo il 1948 a causa di attacchi perpetrati contro di loro e dai toni antisemiti assunti da parte dell’opinione pubblica. Altri, invece, furono convinti a partire soprattutto attraverso la frequentazione degli istituti dell’Alleanza Israelita Universale, che propagava ideali di progresso e benessere che si sarebbero trovati in Israele. L’Alleanza, inoltre, fu la prima ad aprire l’istruzione anche alle bambine, dal momento che solo i bambini maschi potevano frequentare le scuole rabbiniche e godere di un’istruzione. Queste ragioni, unite alla narrativa messianista del ritorno alla “Terra Promessa” promossa dagli emissari di Israele, la cui popolazione era nettamente in minoranza rispetto alla componente araba palestinese, spinsero la maggior parte degli ebrei ad emigrare (oggi si conta che ne siano rimasti pressappoco 3000), spesso senza sapere esattamente cosa avrebbero trovato al loro arrivo.

L’adattamento alla nuova realtà non fu affatto facile: gli intervistati raccontano delle discriminazioni subite, specialmente all’inizio, da parte degli ebrei europei, come ad esempio le difficoltà per trovare lavoro e quelle nell’apprendere una nuova lingua. Molti ebrei di origine marocchina periodicamente fanno ritorno in Marocco per visitare le tombe delle proprie famiglie o per pellegrinaggi in luoghi santi.

All’indomani della creazione dello Stato di Israele, il Marocco, al contrario di altri Stati arabi, non adottò una politica di espulsione degli ebrei al fine di creare una popolazione omogenea dal punto di vista etnico. La partenza di questa componente rappresenta una ferita nella storia di queste comunità e una ferita individuale per quanti l’hanno vissuta in prima persona.

Eleonora Bolzan

Foto in copertina: Bettman Archive/ Getty Images

Un commento Aggiungi il tuo

  1. The Butcher ha detto:

    Questi sono argomenti che dovrebbero essere studiati con maggior attenzione soprattutto con i tempi che corrono. È importante capire tutto ciò.

    "Mi piace"

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