La Grande Recessione

La crisi finanziaria del 2008, anche chiamata Grande Recessione, è uno degli avvenimenti più significativi del secolo: originatasi dal mercato immobiliare statunitense, si è ben presto trasformata in crisi finanziaria, diffondendosi in quasi tutto il mondo.

Cosa è successo?

Come anticipato, la crisi si è generata dal mercato immobiliare. Infatti, negli anni precedenti, i prezzi delle case erano cresciuti molto e molto rapidamente, formando la cosiddetta “bolla speculativa”, fomentata anche dai bassi tassi di interesse mantenuti dalla Federal Reserve in risposta alla “bolla dot com” del 2000. Le istituzioni bancarie hanno subito colto l’occasione e iniziato a concedere prestiti abbassando gli standard richiesti ai clienti: chiunque, in quegli anni, poteva ottenere prestiti anche importanti a tasso molto basso, anche se le sue capacità di rimborsare il debito contratto erano dubbie. Ovviamente, in pochi immaginavano quello che sarebbe successo in caso di riduzione dei prezzi: ci si aspettava una semplice riduzione della domanda e della crescita, non di certo un’esplosione senza precedenti!

Quali le cause?

Le cause della crisi sono principalmente tre: la leva finanziaria, la cartolarizzazione e la diffusione dei finanziamenti all’ingrosso.

In primo luogo, le istituzioni bancarie, avendo intravisto grandi possibilità di profitto nella crescita dei prezzi del settore immobiliare, avevano aumentato il proprio livello di indebitamento, la cosiddetta “leva finanziaria”, anche attraverso il bypass dei vincoli regolamentari, ricorrendo ai cosiddetti “vis”, istituzioni finanziarie non bancarie. Questi prestiti, spesso chiamati “mutui subprime”, venivano concessi a una vasta platea di clienti, spesso prevedibilmente poco capaci di rimborsare il debito.

In secondo luogo, questi prestiti poco sicuri concessi dalle banche locali, venivano cartolarizzati, ossia raggruppati in titoli scambiabili e venduti alle banche di investimento. Così facendo era possibile concedere sempre più mutui andando però a ridurre la trasparenza: con la cartolarizzazione si perdono le caratteristiche dei singoli mutui già scadenti e viene difficile, se non quasi impossibile, valutarne la qualità.

Infine, si andarono diffondendo i finanziamenti all’ingrosso: le banche si finanziavano da altre istituzioni senza garanzia sui deposito, incentivando, al momento del peggioramento delle aspettative, la corsa agli sportelli da parte dei clienti delle banche.

Come si è diffusa la crisi?

La crisi non è rimasta arginata al mercato statunitense, ma si è diffusa attraverso tre canali.

In primo luogo, le banche Europee erano esposte al mercato statunitense, ossia potevano acquistare direttamente i titoli cartolarizzati, i cosiddetti “titoli tossici”, poiché tipicamente molto remunerativi, ma altrettanto molto pericolosi.

Ovviamente, la crisi si è diffusa anche attraverso il canale del commercio internazionale, sia attraverso la contrazione della domanda internazionale (prima statunitense per l’appunto) attuata mediante la riduzione delle esportazioni, sia attraverso la contrazione dei crediti, resa possibile dalla diminuzione della produzione stessa.

Infine, la già citata contrazione dei crediti era dovuta principalmente all’aumento dei tassi di interesse, prima statunitensi e poi europei, adottata dalla Federal Reserve come misura di contenimento della bolla speculativa (al contrario favorita dai tassi bassi), che costituiva la diretta conseguenza del crollo dei prezzi del settore immobiliare e della più probabile insolvenza dei contraenti. Molti prestiti valevano infatti ormai più degli immobili per cui questi venivano abbandonati e il debito non ripagato: l’aumento dei tassi costituiva dunque la traduzione di questo calo.

Le fasi della crisi

È possibile suddividere la crisi finanziaria in due fasi.

La prima fase inizia nell’agosto del 2007 con la corsa agli sportelli della Northern Rock (in Inghilterra) e si conclude con il fallimento della Lehman Brothers (Stati Uniti). Questo primo stadio è caratterizzato dalla crisi di liquidità, ossia dalla difficoltà o impossibilità delle banche di far fronte alle richieste di pagamento dei propri clienti, spesso aumentate dal peggioramento delle aspettative e dal calo della fiducia negli istituti bancari che innesca la cosiddetta “corsa agli sportelli”.
Per fronteggiare queste debolezze vengono messe in atto, anche se tardivamente, politiche fiscali, finanziarie e monetarie da parte della Banca Centrale. Tra queste ultime ne ricordiamo tre: il supporto alla liquidità attraverso l’allungamento delle scadenze delle operazioni di rifinanziamento delle banche e mediante l’estensione della platea dei partecipanti e dei titoli usati a garanzie; l’attività di sostituzione nell’intermediazione e, infine, il qualitative easing, ossia il cambio di composizione del proprio bilancio mediante l’aumento degli asset backed securities (obbligazioni emesse a fronte di attività, anche cartolarizzate) rispetto ai titoli di Stato (qualitative easing).

La seconda fase, invece, inizia con il fallimento della Lehman Brothers nel settembre 2008 ed è caratterizzata da un vero e proprio panico generalizzato. La crisi di si trasforma ben presto in crisi di solvibilità: le banche sono troppo indebitate e non riescono più a fare fronte ai propri debiti, molte falliscono; altre, invece, vengono salvate. Le politiche monetarie adottate si intensificano e, oltre alle precedenti, vengono tagliati i tassi di interesse fino al tasso minimo possibile (Zero Lower Bound). Inizia il cosiddetto quantitative easing: le banche ampliano il proprio passivo, ossia la propria base monetaria, acquistando direttamente titoli, per lo più di Stato (ma non solo).

Stati Uniti vs Europa

In Europa gli interventi sono stati ancora più tardivi rispetto agli Stati Uniti, e di intensità minore. Questo lo si deve principalmente a tre motivi.

In primo luogo, la BCE già aveva un bilancio maggiore rispetto alla FED, per cui percepiva un margine di errore limitato.

In secondo luogo, vi erano vincoli legali nei trattati legati all’operato della Banca Centrale.

Infine, alcuni Paesi, tipicamente quelli più virtuosi del Nord Europa, erano reticenti all’aumento degli acquisti dei titoli di Stato di Paesi i cui titoli erano ritenuti ‘pericolosi’ (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna).

Simona Ferrero

Foto in copertina: Starting Finance

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