Un’incognita sine die nello Stato Vaticano

Non basterebbe una vita intera per conoscere tutta Roma. I siti archeologici, i palazzi, le piazze, le statue, i quadri e le particolarità di questa città eterna non smetteranno mai di stupire. Città etichettata dal lemma caput mundi, capitale del Mondo e centro dell’arte, crocevia dei commerci, punto focale della cultura ed epicentro della Chiesa cristiana.

La tradizione secolare della Chiesa cattolica vuole che Pietro, apostolo prediletto di Gesù, e da lui designato come suo rappresentante in Terra, giunga nel I secolo nella capitale dell’Impero. Qui trova la morte durante il regno di Nerone (si ricordi in proposito la persecuzione attuata dall’imperatore a danno dei Cristiani, incolpati di aver incendiato Roma nel 64 d.C.). Viene così crocifisso – come il suo Maestro, ma con il capo all’ingiù – nel Circo di Nerone e sepolto a breve distanza dal luogo del martirio. Sulla sua tomba – divenuta oggetto di venerazione da parte dei fedeli – sorse la prima Basilica Vaticana nel IV secolo per volere del primo imperatore cristiano, Costantino. L’edificio venne ingrandito dieci secoli dopo ed impreziosito dall’arte del Rinascimento fino ad arrivare ai giorni nostri. Questa tradizione, accolta dai fedeli di tutto il Mondo, si presta alle indagini della scienza. Accertarla o meno è una questione di vitale importanza per la Chiesa stessa. Il magistero dei papi – che da Pietro in poi presiedono la Chiesa cattolica – perderebbe la sua essenza se non fondato a Roma e sulla tomba dell’apostolo.

Gli studi confermano il soggiorno e la morte di Pietro a Roma, non lasciando spazio a dubbi. Vi è invece certezza che le sue reliquie siano presenti sotto la Basilica Vaticana? Le opinioni dei più illustri ricercatori sono contrastanti. Per ragion di logica verrebbe da rispondere sì. Tuttavia, nella realtà, la questione si dimostra molto più complessa.

Papa Pio XII, interessato a trovare la tomba di Pietro in Vaticano, negli anni ’40 decise di intraprendere una serie di scavi al fine di poter annunciare al Mondo intero che Pietro era stato sepolto sotto la Basilica e che, di conseguenza, sia la Chiesa sia la Basilica stessa avevano senso di esistere. Gli scavi vennero gestiti malamente e in modo confusionario: i quattro direttori che li presiedevano non tennero nemmeno un diario per prender nota delle operazioni condotte. Ciononostante, ad un certo punto, gli archeologi scoprirono qualcosa. Sotto l’altare vennero alla luce un’edicola funeraria e delle ossa umane. In virtù dei ritrovamenti, nel 1950 Pio XII dichiarò: “La questione essenziale è la seguente: è stata veramente ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda la conclusione finale dei lavori risponde con un chiarissimo “sì”. La tomba del Principe degli Apostoli è stata ritrovata. Una seconda questione, subordinata alla prima, riguarda tuttavia le reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute? Al margine del sepolcro sono stati trovati resti di ossa umane. Di questi, però, non è possibile provare con certezza che appartenessero alla spoglia mortale dell’Apostolo”.

Il “colpo di scena” non tardò ad arrivare. Una decina di anni successivi, l’epigrafista e archeologa Margherita Guarducci, annunciò di aver identificato le ossa dell’Apostolo in una modalità che ricorda più un giallo che un’indagine scientifica. Un operaio che aveva partecipato alle ricerche negli anni precedenti le avrebbe indicato, nel magazzino degli scavi, un gruppo di ossa che sarebbero state prelevate all’insaputa degli archeologi e poi dimenticate. Si tratterebbe di spoglie appartenenti a un individuo di sesso maschile e di età senile. L’archeologa, inoltre, trovò un pezzo di intonaco rosso situato nel loculo con inciso “Petros eni”. Secondo la studiosa queste lettere greche significano “Pietro è qui”. Ma la maggioranza degli epigrafisti era scettica nel convalidare questa traduzione e leggeva un generico “Pietro in pace”. Ma l’archeologa – sicura dell’attendibilità della scoperta – riuscì a convincere il nuovo papa, Paolo VI, sulla veridicità delle ossa, tant’è che egli, il 26 giugno 1968, annunciò in modo sorprendente: “Nuove indagini pazientissime e accuratissime furono eseguite con risultato che Noi, confortati dal giudizio di valenti e prudenti persone competenti, crediamo positive: anche le reliquie di S. Pietro sono state identificate in modo che possiamo ritenere convincente”.

Nelle vicende delle reliquie di Pietro si alternarono – e si alternano tuttora – luci ed ombre. Se Margherita Guarducci difese sino alla morte le sue convinzioni circa l’autenticità delle ossa, le opinioni contrarie di studiosi ed epigrafisti illustri non rimasero comunque inascoltate, riuscendo a permeare anche all’interno degli ambienti ecclesiastici. Molti uomini di Chiesa rimasero scettici sulla veridicità delle reliquie. Uno fra tutti, papa Giovanni Paolo II.

Giulia Arduino

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