Missing White Woman Syndrome e l’ossessione social per la vittima “perfetta”

Crediti foto di copertina: https://scotscoop.com/cartoon-missing-white-woman-syndrome/

Negli Stati Uniti il caso Gabby Petito, la travel blogger ventiduenne scomparsa durante un viaggio on the road con il suo fidanzato, ha smosso due fenomeni che viaggiano sullo stesso binario: una morbosità social, che ha scatenato vere e proprie indagini fra Twitter e Tik Tok, e la “Missing white woman syndrome” (Sindrome da donna bianca scomparsa).

MWWS è un termine coniato dalla giornalista americana Gwen Ifill durante la conferenza Unity: Journalists of Color del 2004, per indicare la copertura mediatica nei confronti di un certo tipo di vittima “perfetta”: donna, giovane, bianca, appartenente alla classe medio/alta. Questa “sindrome”, che sembra colpire sia i media classici che i social, avrebbe le origini radicate nelle profonde disparità etniche e sociali di cui soffrono ancora gli Stati Uniti.

Secondo molte voci autorevoli, fra cui la giornalista Mara Schiavocampo e la psichiatra Monifa Seawell ci sarebbero delle conseguenze tangibili del fenomeno: risulta palese una sorta di gerarchizzazione delle vittime da parte della stampa, ponendo poca o nessuna attenzione a casi ugualmente gravi (come le di 710 persone indigene scomparse negli ultimi 10 anni in Wyoming, nella stessa area in cui sono stati trovati i resti di Gabby Petito) ma evidentemente non abbastanza da prime time. Inoltre, secondo la Seawell, questa disparità etnica porterebbe le persone non bianche a sentirsi invisibili, dimenticate e diffidenti verso la polizia e il sistema giuridico, rendendole di fatto delle vittime a basso rischio per eventuali atti criminali.

Compresa la problematica della MWWS, non riesce difficile capire quanto questa influenzi anche i social media che, nel caso Gabby Petito, hanno dimostrato ampiamente come il bias possa essere incredibilmente potente in negativo. La scomparsa della ragazza ha infatti infiammato utenti e influencer che, con la complicità del popolarissimo genere true crime, hanno iniziato ad inondare i social con video e tweet pieni di teorie ed investigazioni, mettendo da parte qualsiasi di tipo di buongusto, etica e rispetto verso la vittima, rischiando anche di minare le indagini ufficiali.

Anche in Italia soffriamo di questa sindrome? Benché non ci siano particolari dati, è purtroppo vero che la nostra nazione, e i nostri media, soffrono comunque di interesse morboso verso certe vittime a danno di altre. Un esempio è la scarsa attenzione verso un dato che dovrebbe lasciare sgomenti, cioè che l’Italia è al primo posto in Europa per numero di vittime di transfobia (secondo il Trans Murder Monitoring di Transrespect versus Transphobia Worldwide) e, a sentire quello che Storm Turchi di Trans Media Watch Italia racconta a The Vision, sembra riproporsi quello che sostiene anche la Seawell e cioè che «La politica si disinteressa alle questioni trans perché le ritiene minoritarie e l’attenzione mediatica nazionale rispecchia i temi trattati dalla politica. Il modo in cui (non) si parla di noi dopo la morte morte è speculare a come (non) si parla di noi mentre siamo in vita».

Daniela Carrabs

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