Sessant’anni senza Maya Deren

Il 13 ottobre 1961 un’emorragia cerebrale tolse la vita a uno dei più importanti talenti del Novecento, Maya Deren. Molti appassionati di cinema la conoscono grazie alle sue opere d’avanguardia, principalmente per il suo capolavoro d’esordio Meshes of the Afternoon del 1943, ma non è solo questo: i suoi interessi passano dalla scienza politica alla danza, con un particolare interesse per l’antropologia, passioni che fanno di lei un’artista poliedrica.

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Maya Deren nacque come Eleonora Derenkovskaja a Kiev nel 1917, poco prima della rivoluzione d’ottobre, in una famiglia ebraica di grande cultura: suo padre era uno psichiatra e influenzerà le opere della figlia ricche di allusioni psicoanalitiche. Nel 1922, sia per il crescente antisemitismo, sia per le simpatie trozkiste, la famiglia si trovò costretta a rifugiarsi negli Stati Uniti e a cambiare cognome in Deren. Nello Stato di New York l’artista ebbe modo di frequentare l’Università, conseguendo una prima laurea in scienze politiche e giornalismo (successivamente ne otterrà una seconda in letteratura inglese). Nella sua formazione ebbero una fondamentale importanza i circoli socialisti e femministi, da lei assiduamente frequentati, nonché un importante interesse per l’arte avanguardistica, con un occhio di riguardo per il surrealismo francese. Ma l’incontro fondamentale per la sua carriera fu quello con la danza, in particolare con la compagnia di Katherine Dunham, antropologa e coreografa afroamericana, grazie alla quale si avvicinò sia al mondo del cinema, che a quello dell’etnografia, legati insieme dal fil rouge della danza.

Meshes of the Afternoon fu il primo film firmato Maya Deren, nome d’arte che richiama il velo tra realtà e rappresentazione di Schopenhauer, nonché la divinità buddhista, fede a cui si era avvicinata. Meshes of the Afternoon risale al 1943 ed è considerato da molti l’opera maestra di Deren, nonché uno tra i più importanti capolavori della storia del cinema statunitense. Già a partire dal suo esordio, questa pellicola diede a Maya l’opportunità di ritagliarsi la sua notorietà nel panorama culturale statunitense, aggiungendo alle sue conoscenze nomi quali Michel Duchamp, Luis Buñuel e Jean Cocteau. Il tratto che più caratterizza l’estetica avanguardistica dei film della regista è l’associazione delle immagini per analogia, per simboli, distaccandosi dai criteri cronologici e dalle rigide regole del cinema classico hollywoodiano.

Come anticipato, nel corso della sua breve e intensa carriera Maya Deren si avvicinò anche all’antropologia e all’etnografia, nutrendo un particolare interesse per il Vudù. Tra il 1946 e il 1954 compì tre viaggi ad Haiti, luogo esoterico in cui venne travolta dal fascino tribale dei riti, dalle danze corali, dalle performance di possessione. Tutto ciò si rivelò perfetto per la poetica artistica della cineasta, la quale documentava con la sua cinepresa le atmosfere oniriche haitiane, particolarmente adatte per la sua estetica già caratterizzata da immagini effimere e surreali. Inoltre, essendo anche ballerina e coreografa, dedicò particolare attenzione alle danze Vudù e al modo in cui chi le compie sembra essere depersonalizzato, posseduto dagli spiriti, mostrando il rito in tutta la sua potenza.

Negli ultimi anni della sua vita si dedicò all’organizzazione di performance Vudù, con relative proiezioni dei suoi film girati duranti i viaggi haitiani e conferenze sull’argomento. Dopo questo periodo, la sua esistenza si fece purtroppo via via sempre più precaria con i film che diventavano sempre più difficili da produrre a causa della mancanza di fondi. Nel 1961 Deren venne colpita da un’emorragia cerebrale, le cui cause sono state correlate al suo stato di debilitazione aggravato dalla crisi economica che stava subendo, nonché dalla dipendenza da psicofarmaci e amfetamine. Divine Horsemen: the Living Gods of Haiti, ultimo documentario incompiuto da Deren, venne completato e pubblicato postumo, includendo in esso tutte le immagini raccolte nel corso dei viaggi ad Haiti. Nonostante la scomparsa prematura, è innegabile l’influenza che Deren ha avuto nella storia del cinema e della cultura del Secolo Breve, caratterizzandosi per la capacità di oltrepassare il velo di Maya con la sua cinepresa, documentando gli istinti più profondi della psiche umana.

Giulia Calvi

Crediti immagine di copertina: Wikipedia

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