Gli “Scemi di guerra”

Non si è mai pronti alla guerra. La guerra è melma. La guerra è sangue. È violenza e follia. Il soldato entra a contatto con una realtà del tutto estranea alla propria. Non è istruito. Non sa a cosa dovrà andare incontro. Si trova a dover passare il proprio tempo in trincea. Non ha vie di fuga. Si sente oppresso, in prigione. Il suo corpo non reagisce più. La sua mente entra in trance. Diventa folle.

Questa è la condizione di migliaia di soldati durante la Grande Guerra, il primo grande conflitto moderno di massa. La vita in trincea è estremamente faticosa, ed è qui che iniziano i primi cedimenti, i primi disturbi psichici. Alcuni soldati non riescono a stare al passo ai ritmi imposti dalle battaglie e cadono così in una condizione psichica anormale. Questi, negli anni successivi al conflitto, verranno comunemente chiamati “scemi di guerra”.

La maggior parte sono contadini, braccia strappate ai campi per combattere una guerra di cui non sentono la necessità di farne parte. Una guerra nuova. Una guerra a cui non possono sottrarsi. Una guerra che porta ad una mobilitazione industriale che coinvolge centinaia di migliaia di persone: chi lavora nelle armerie, chi si occupa del vestiario, chi fabbrica gavette, chi produce mezzi da combattimento. Il lavoratore industriale è importante tanto quanto colui che parte per il fronte. Ed è proprio la partenza per il fronte che il soldato sente come il momento più doloroso. Non sa cosa lo aspetta. Non sa se tornerà a casa, se potrà rivedere la sua famiglia. Non sa se potrà tornare a coltivare i propri terreni.

Soldati del 7th Battalion australiano in trincea a Gallipoli. (credits:: “unknown” at source- https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=705515)

Ai combattenti gli si chiede totale indifferenza. Devono essere crudeli, spietati verso il nemico e pronti a mettere da parte i propri affetti per liberare la mente e pensare esclusivamente alla vittoria. Padre Agostino Gemelli, consulente di psicologia delle masse da parte del Ministero della Guerra, nei suoi scritti sostiene che la guerra non ha bisogno di eroi, ma di automi. Soldati passivi e facilmente manipolabili. L’individualismo – per gli Alti ranghi – è la chiave essenziale per la vittoria.

Per combattere la solitudine i militari avvertono il bisogno di scrivere ai propri cari (nonostante il 46% della popolazione nel primo quarto di secolo fosse ancora analfabeta). Le lettere spedite – con diversi errori di ortografia e grammatica – risultano essere oltre quattro miliardi nei quattro anni di guerra.

Un ufficiale britannico scrive a casa. (credits:: National Library of Scotland from Scotland – Officer writing home, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=46193988)

Quando il soldato arriva sul campo il primo rumore che percepisce è il frastuono dell’artiglieria. Esso provoca in lui un senso di incertezza e agitazione: detonazione, lampo, fumo, sollevamento della terra. Grida, morti. È aggredito in tutti e cinque i sensi nello stesso momento. A seguire inizia il momento dell’assalto: deve uscire dalla fossa, strisciare nella “terra di nessuno”, scavalcare il filo spinato e addentrarsi nella trincea del nemico. Sta andando, consapevolmente, verso morte certa. Ma non ha scelta: se si rifiuta di obbedire viene immediatamente fucilato.

Nei combattimenti sono molti i morti ed altrettanti i feriti. Questi ultimi vengono portati nelle retrovie. Alcuni non presentano vere e proprie ferite sui corpi, ma cicatrici invisibili che si trovano nella mente. Subiscono ciò che viene chiamato “shell shock”: entrano in una spirale nevrotica traumatica, che fa di loro individui incapaci di controllare il proprio corpo. Sono colpiti da irrefrenabili tremori, confusione mentale, delirio sensoriale, ipersensibilità ai rumori. Diventano inespressivi, saturi di un’ansia implacabile. Vengono bersagliati da tic isterici e crampi allo stomaco. Non riescono ad esprimersi, hanno allucinazioni, perdono la percezione del mondo esterno, hanno disfunzionalità motorie e ossessioni ipocondriache. Le gambe e le braccia sono bloccate, la mente è come svanita. Dunque non parlano, non sentono, non ricordano, non dormono, tremano in continuazione e hanno incubi sempre uguali.

Dopo aver vissuto per mesi (se non anni) sotto il fuoco nemico, in lunghi corridoi di terra, accanto a pulci e topi, dopo aver assistito alla morte dei compagni, gli infermi reagiscono con un muro di silenzio. Perdono la propria personalità, non sanno più chi sono. Per gli Alti Comandi sono semplici traditori e codardi. Ai medici viene quindi assegnato il compito di restituire il più celermente possibile gli uomini al proprio dovere. Cercano così di trovar la soluzione sottoponendo i soldati alla scossa elettrica. La corrente serve a placare i tremolii, ma solo temporaneamente. Non a tutti viene sottoposta questa seduta: si registra minor tremolio anche in coloro che – aspettando il proprio turno – guardano la sofferenza del proprio compagno. Essi, terrorizzati dalla scarica elettrica, smettono automaticamente di tremare. Da qui gli specialisti capiscono che la “non elettrizzazione” è utile come l’elettrizzazione vera e propria. Per giunta i dottori devono adottare un comportamento simile a quello di un capo militare: dall’abbigliamento alla postura, dall’impartire ordini alla richiesta del rispetto. Quest’atteggiamento fa sì che il soldato non esca dall’atmosfera bellica, perché se così non fosse si instaurerebbe in lui la volontà di non tornare sul campo (soprattutto nei casi in cui al malato si facciano vedere i propri cari).

Esecuzione di un disertore francese a Verdun (credits:: Paris, Bibliothèque Nationale, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1077169)

Con il passare degli anni arrivano negli ospedali sempre più militari con queste disfunzioni. Di fronte a questa ingente massa i reparti di psichiatria collassano. I medici non riescono a far guarire i soldati rapidamente. I pazienti, seppur minacciati, non dimostrano segni di miglioramento.

Così scrisse Toller, drammaturgo tedesco del primo Novecento: “Siamo come delle viti di una macchina che viene spinta in avanti e non si sa dove, e spinta indietro non si sa perché, e come viti dobbiamo essere molati, stretti, avvitati e poi gettati via”.

La guerra finisce nel novembre del 1918 con la sconfitta di Austria e Germania. In questi Stati, ed anche in quelli vincenti, regna disperazione, caos, sconforto. I morti raggiungono i quindici milioni. I feriti venti. Gli ospedali sono al collasso. I manicomi straripano di uomini malridotti. Nel corso del conflitto i ricoveri per cause nervose e mentali arrivarono a trecentomila in Germania, novantamila negli Stati Uniti, ottantamila in Inghilterra, quarantamila in Italia. Uno dei ricoverati scrisse: “Sono costoro i pazzi? O lo sono io? Lo chiedo a te. Ti chiedo se un uomo che dichiara guerra non è pazzo. Ti chiedo se tutto il mondo è pazzo. O se lo sono solamente io”.

Giulia Arduino

Se l’articolo ti è piaciuto ti consiglio di guardare il documentario “Scemi di guerra” (2008). Lo puoi trovare su RaiPlay.

Crediti foto di copertina

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