Eutanasia in Italia: al di là del bene e del male.

Il termine eutanasia, in greco antico, significa “buona morte” e indica appunto la morte procurata intenzionalmente di una persona che ne abbia fatto espressamente richiesta. Per il codice penale italiano, però, essa è un reato che prende il nome di omicidio del consenziente. In Italia, nonostante la questione sia da sempre oggetto di discussioni e divida l’opinione pubblica, si fa ancora molta fatica ad arrivare ad una legge che riconosca e disciplini la possibilità di disporre della propria esistenza, dal suo principio al suo termine. Nell’inverno del 2017, però, Fabiano Antoniani, DJ quarantenne divenuto cieco e tetraplegico a seguito di un grave incidente stradale, aveva ridestato l’attenzione attorno al tema. Per poter realizzare la propria volontà di morire era dovuto andare in Svizzera accompagnato dall’allora parlamentare Marco Cappato.

Il suo caso, così come quelli di molti altri che hanno vissuto situazioni simili, è stato oggetto di feroci critiche da parte dei più fermi oppositori del fine vita. “Spettacolarizza un dramma”, hanno detto. Cappato e Antoniani hanno cercato di sensibilizzare l’opinione pubblica e il mondo politico. Insomma, il caso del DJ Fabo voleva rappresentare un simbolo, non uno spettacolo del macabro. Il porre fine alla propria vita, quando è ritenuta non più degnamente vivibile, voleva rivendicare il diritto ad autodeterminarsi.

Spesso può risultare difficile prendere posizione nettamente su un tema così delicato, ma ciò che Fabo ha richiesto con la sua testimonianza non rappresenta un giudizio di merito o l’affermazione di una posizione personale, volta a sminuire visioni divergenti. La sua azione ha voluto semplicemente aprire uno spazio di confronto doveroso su una tematica afferente alla vita, su un’eventualità che va considerata non nel merito, ma come fatto che potrebbe potenzialmente riguardare ognuno di noi. Tutto ciò che ci riguarda, nel bene e nel male, richiede un dibattito. Dibattito che è libero di approdare a prospettive differenti, certo, ma che comunque deve esserci. Antoniani non ha certo voluto obbligare qualcuno a rinunciare alla propria vita aprioristicamente, sarebbe un errore madornale, e allo stesso modo non ha costretto nessuno ad affrontare la sofferenza, se stesso in primis. Ha posto un quesito e ha domandato: “cosa vi sentireste di fare?” Parliamone, da persone consapevoli e libere, con serenità e scevri da livori. Nel 2017 come ora, agli albori del 2022, non è entrato nel merito di una scelta personale contingente, della quale sarebbe sicuramente arduo assumersi la responsabilità, ma ha cercato di difendere una possibilità d’azione. L’attenzione è posta su una questione di principio, sulla facoltà di stimolare un confronto dialettico, non certo sui singoli casi particolari, che sono degni ciascuno di una considerazione diversa e commisurata alla situazione.

Chi decide di battersi per poter affermare una sua volontà non lo fa per impedire ad altre persone di scegliere, non lo fa per innalzare un muro, ma per costruire un ponte. Compiamo scelte importanti ogni giorno: c’è chi sceglie di donare il sangue, chi di non farlo, chi sceglie di abortire e chi di diventare madre; c’è chi sceglie di continuare a vivere, aggrappandosi alla vita e alle sue difficoltà con tutto se stesso, ma c’è anche chi questo fardello non vuole trascinarselo dietro e decide di porre fine alla propria vita. Tutti noi nel corso della nostra vita affrontiamo delle difficoltà, viviamo esperienze positive e negative e scegliamo come portare avanti le nostre battaglie quotidiane, ognuno come può e come meglio crede. Non si giudica l’una o l’altra scelta, semplicemente si accettano delle posizioni, che, per quanto concepibili in termini oppositivi, non sono altro che scelte a cui segue una conseguenza. Vanno accettate entrambe, non strumentalizzate, perché non dividono il “giusto” dallo “sbagliato”, ma sono legittimi schemi di pensiero che, nella loro unicità e nel loro essere, è giusto siano insindacabili.

Si rischia, spesso, di polarizzare la questione a svantaggio di uno sguardo obiettivo; ciò accade in quanto la morte è un’evenienza ineluttabile e ignota che scuote ogni animo, ma cambia il suo concepimento a seconda del significato intrinseco che le viene attribuito.
Se per qualcuno può essere rifiutabile fino all’ultimo in ragione della stenua lotta per vivere, va benissimo sia così; se per altri vale invece la pena affrontarla per sottrarsi al patimento, va bene allo stesso modo. Se si può scegliere, se ci si può comunque assumere la responsabilità di quel che si fa, nel bene e nel male, non vince né la vita né la morte, vince la libertà, che è ben al di là sia dell’una che dell’altra.

Valerio Abrami

In copertina: fondazioneveronesi.it

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