Chi si ferma è perduto: l’ansia sociale di non aver fatto abbastanza nell’era dell’iperproduttività.

Fonte immagine di copertina: https://www.adieta.it/blog/lavorare-troppo-fa-male-html/

Sveglia ore 7, colazione al volo. Poi lezione, pranzo in pullman, palestra, studio, aperitivo con gli amici, cena con altri amici. E mi raccomando, sfruttare al massimo i tempi morti: in macchina faccio quella chiamata di lavoro, mentre mangio guardo quella puntata di cui tutti parlano e io non ho ancora trovato il tempo di vedere, e così via… Fermarsi? Respirare? No no, per quello non ho decisamente tempo.

Chi non ha mai passato giornate così, senza neanche il tempo per pensare? Succede, ogni tanto, di essere impegnati e avere tabelle di marcia ultra serrate. Il problema è quando questo “ogni tanto” diventa ‘tutti i giorni’, entrando così a far parte della nostra routine quotidiana, tanto da diventare normalità. Da un paio di anni a questa parte, la mia vita ha preso esattamente questa piega: destreggiarmi tra un impegno e l’altro, essere sempre di corsa, con un timing che non perdona tempi morti. Un ritmo ad alta intensità che genera dipendenza, porta a voler essere sempre più produttivi, a sentirsi un passo avanti agli altri. Vengono sacrificati il sonno, le passioni, la famiglia. E guai a fermarsi un momento! Si rischierebbe di essere travolti dalla spossatezza, di abbandonarsi sul divano e non riuscire ad alzarsi mai più.

Questo sentimento di inadeguatezza e necessità di rimanere al passo è estremamente diffuso nella civiltà occidentale, tant’è che è stato coniato il termine “FOMO”, acronimo di “Fear of missing out”: la paura di essere tagliati fuori. É l’ansia sociale di “perdersi qualcosa”, di non aver fatto abbastanza, di essere esclusi da opportunità di interazione sociale. Sicuramente questa preoccupazione compulsiva è alimentata dai social: siamo costantemente esposti alle vite di altre persone che sembrano iper produttive e ci sentiamo in difetto se anche noi non riempiamo l’agenda fino all’orlo. Chi è che vorrebbe stare a casa sul divano a “rilassarsi”, ben sapendo che “tutti” gli altri stanno vivendo una vita a mille? Chissà quante cose mi perdo se non vado a quella cena, a quell’aperitivo, a quell’evento. Il giorno dopo ne parleranno tutti, non posso perdermelo. E così viene alimentato il circolo vizioso di una vita sempre di corsa, ma senza mai tempo sufficiente per voler fare tutte le cose che ci piacerebbero.

Il recente periodo di pandemia sicuramente ha influito sulla situazione: non appena le gabbie sono state aperte, il mondo intero si è precipitato a recuperare tutti i pezzi di vita che gli sono stati rubati negli ultimi due anni. La frenesia di riempire ogni singolo minuto delle nostre giornate, per compensare il tempo perduto in lunghi mesi di inerzia racchiusi in quattro mura. Siamo stati forzatamente privati di ogni possibilità di interazione sociale, e ora sentiamo la necessità di riscattarci, sfruttando al massimo le energie a nostra disposizione.

Tutto questo, però, ha un prezzo: abbiamo perso la capacità di annoiarci, di stare con le mani in mano. Di vivere momenti di ozio, nel senso più letterale del termine, tanto apprezzato dai Romani: il “tempo libero dagli affari”, in cui riflettere, riposarsi, ricongiungersi con il proprio “io” interiore. L’ozio è una componente fondamentale della vita psichica di un individuo: serve per sprigionare la creatività e dare ascolto ai nostri sentimenti. Vivere sempre di corsa, talvolta, ci porta ad estraniarci dalla vita: diventiamo apatici, vuoti, avidi di quel tempo di cui siamo prodighi quando si tratta di riempire l’agenda.

In una società frenetica e incentrata sulla produttività, diventa sempre più difficile ritagliarsi del tempo da dedicare a noi stessi, alle attività che saziano la nostra anima e il nostro intelletto. Ogni qualvolta si presenta a noi un tempo “morto”, siamo assaliti dall’ansia di doverlo riempire in qualche modo. Lavoriamo, studiamo, organizziamo un’uscita con gli amici pur di non passare un pomeriggio in casa a “fare niente”. Non siamo più abituati a stare da soli con noi stessi, e questo ci spaventa da morire. Un bel rischio, pensandoci bene, non sentirsi a proprio agio con l’unica persona che rimarrà sempre con noi.

Che quindi sia prendersi una pausa dal lavoro, fare un po’ di social media detox o ritagliarsi un’ora ogni tanto per leggere un libro o bersi una tisana (mi raccomando, senza spiare le mail tra un sorso e l’altro), riuscire a riservarsi un po’ di tempo in pace con noi stessi è necessario, pena l’alienamento più totale dalla vita. E sia mai che, in questi momenti di noia e riflessione, non capiamo qualcosa in più di noi stessi, e il perché di questa continua fame di frenesia.

Matilde Botto

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