I Patti Lateranensi sono obsoleti?

Si dice “se son rose fioriranno” e così è stato. Dopo decenni di ingiurie e litigi, lo Stato italiano e la Santa Sede trovarono finalmente un accordo; ma come si è arrivati alla firma dei Patti Lateranensi in quel lontano 11 febbraio 1929?

La strada percorsa fu tutt’altro che spianata. La vicenda ebbe inizio neanche un decennio dopo l’unificazione. Il 20 settembre 1870, fine del Risorgimento italiano, il Regno d’Italia annette Roma sotto il suo dominio: termina il potere temporale del Papa ed inizia la controversa fase della “questione romana”.

Pio IX, come ben si può immaginare, diede inizio ad una vera e propria battaglia contro il suo più acerrimo nemico: lo Stato italiano. Lo considerava invasore ed occupante illegittimo e si riteneva prigioniero in un territorio che per secoli era stato sotto la sua egemonia. La sua renitenza culminò con la famosa formula del Non expedit: egli invitava i cattolici a non partecipare alla vita politica italiana e, di conseguenza, di non partecipare alle elezioni politiche del Paese (il cosiddetto “né eletti né elettori”).

Gli anni passarono e le acque pian piano si calmarono. Si giunse al secondo quarto del ‘900. La Chiesa Cattolica continuava ad essere molto influente. Il Governo italiano capì di dover porre fine a queste divergenze e trovare un accordo che potesse beneficiare entrambi le parti. Un accordo che potesse mettere sullo stesso piano il Regno con la Santa Sede, senza che uno prevaricasse sull’altro. Ad aprire un nuova era di pace fu Mussolini, l’11 febbraio 1929. Con la firma dei Patti Lateranensi i rapporti vennero finalmente risanati. Dopo più di mezzo secolo si pose fine alla “questione romana”: se, da un lato, il Duce voleva incanalare nel partito fascista gli alti ranghi della Chiesa ed in generale i cattolici, dall’altro, il pontefice mirava a ripristinare la propria dignità e la propria libertà d’azione, entrambe surclassate in quel giorno di settembre del 1870.

credits: it.wikipedia.org

I Patti, firmati nella Basilica di San Giovanni in Laterano, furono formati da due distinti documenti. Il primo era il Trattato, che prevedeva il versamento di 750 milioni di lire da parte del Regno, che riconosceva l’indipendenza della Santa Sede (che fondava così lo Stato della Città del Vaticano) ed esentava lo Stato Pontificio dalle tasse e dai dazi sulle merci importate; il secondo era il Concordato, che definiva le relazioni civili e religiose fra i due firmatari (prima d’allora vi era il principio “libera chiesa in libero Stato”). Il governo acconsentiva quindi a rendere le sue leggi sul matrimonio e il divorzio conformi a quelle della Chiesa cattolica e di rendere il clero esente dal servizio militare. Il Cattolicesimo, infine, diventava ufficialmente religione di Stato ed il suo insegnamento diveniva obbligatorio nel sistema scolastico pubblico.

Nel 1948, a pochi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, i Patti furono riconosciuti costituzionalmente nell’articolo 7. Di conseguenza, lo Stato non aveva la giurisdizione di abrogarli unilateralmente (come nel caso di qualsiasi altro trattato internazionale), senza aver prima modificato la Costituzione.

Oltre 30 anni dopo, nel 1984, vennero rivisti alcuni punti del Concordato (non del Trattato). Il Concordato Bis, così chiamato, venne firmato dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli. Il nuovo Concordato, fra le tante cose, stabiliva l’immunità ed i privilegi per alcune figure ecclesiastiche, istituiva il meccanismo dell’Otto per Mille e regolava l’ora di religione rendendola facoltativa e non più obbligatoria.

Ancora oggi i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica sono regolati dai Patti Lateranensi. Negli ultimi anni, però, c’è stata un’inversione di tendenza: molte voci chiedono la possibilità di abolire il Concordato; questo costituirebbe, tuttavia, una violazione del diritto internazionale, in quanto lo Stato prenderebbe una decisione unilaterale. Bisogna quindi trovare risoluzioni giuridiche e presupposti politici per rimettere in discussione il Concordato, così da ridurre l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana (un esempio lampante lo possiamo trovare in materia di diritti civili). Per essere modificato si possono percorrere due strade: la prima contemplerebbe il consenso del Vaticano (la Chiesa, perciò, dovrebbe rinunciare ai propri privilegi); la seconda, invece, prevedrebbe la denuncia unilaterale del Concordato da parte del Governo e l’abolizione dell’articolo 7 dalla Costituzione. Per perseguire quest’ultimo procedimento sarebbe necessaria, però, una modifica della nostra Costituzione, che, come si può ben immaginare, avrebbe alle sue spalle un iter legislativo di non poco conto.

Lo Stato Italiano si trova, quindi, sul punto di non ritorno?

Giulia Arduino

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