Cosmesi e standard di bellezza nella Roma Antica

La cosmesi ha sempre avuto un valore ambiguo, interpretata, di volta in volta, come inganno, come miglioramento delle proprie caratteristiche fisiche o come espressione, più o meno creativa, di sé. Qual era il valore del trucco, nella società romana, e in che modo era percepita una donna truccata? Non è una domanda a cui dare una risposta semplice, poiché è importante tenere conto di molti fattori, dal periodo storico alla classe sociale delle donne. Era particolarmente rilevante lo status: una matrona non aveva le stesse libertà di una donna nubile di classe sociale inferiore e, di conseguenza, il trucco poteva assumere una valenza molto diversa. 

Uno dei valori principali della società romana arcaica era la pudicizia, incarnata dalla figura di Lucrezia, la moglie di Lucio Tarquinio Collatino. Secondo le leggende, Sesto Tarquinio, il figlio dell’ultimo re di Roma, si era invaghito di Lucrezia, per il suo aspetto e per le sue qualità; un giorno le fece violenza, fatto che portò Lucrezia al suicidio. Il racconto mette in luce alcuni aspetti interessanti (e inquietanti): la bellezza non era adatta a tutte le classi sociali, anzi, poteva rivelarsi pericolosa, poiché anche la vittima di una violenza era considerata adultera. Una donna “perbene” e attraente, secondo il pensiero romano, correva il rischio di attirare attenzioni indesiderate e, di conseguenza, di non rendere più sicura la discendenza del marito. Era molto forte il controllo da parte degli uomini, che non ritenevano conciliabili la virtù di una moglie e la sua bellezza; d’altra parte, il rapporto tra coniugi era istituzionalizzato e non c’era molto spazio per la passione. Approfondisce questi aspetti l’articolo La bellezza femminile nella cultura romana di Lucia Beltrami.

Dunque, alle matrone, era consentito truccarsi? Sì, ma dopo l’età arcaica. Ce lo dice Ovidio, che non lo ritiene sconveniente, poiché anche gli uomini hanno cominciato a curarsi. Già prima dell’età imperiale, le donne libere (le “non matrone”) potevano usare il trucco per migliorare il proprio aspetto, poiché non necessitavano di una bellezza casta; le prostitute, invece, usavano il trucco come parte del proprio mestiere.

Ovidio consiglia delle maschere per il viso a base di orzo mondato, corna di cervo sminuzzate, bulbi di narciso, miele e altri semi; inoltre, propone una miscela di lupini e fave abbrustoliti, biacca, salnitro, iris e alcioneo. Per eliminare le macchie dal viso, il poeta suggerisce un composto di mucillagine dell’orzo, incenso, sale, petali di rosa, finocchi e mirra profumata.

Oltre alla skin care ante litteram, quali trucchi erano comunemente usati, in età tardo-repubblicana o nella prima età imperiale? Per incipriare il viso, si usavano sostanze come la lanolina, ottenuta dal grasso della lana, e amido e ossido di stagno; alcuni autori parlano di una miscela di gesso, farina di fave, solfato di calcio e biacca. La pelle chiara era considerata bella poiché, in una società agricola, mostrava il privilegio di una persona abbastanza ricca da non dover lavorare all’aperto. D’altra parte, per mettere in risalto gli zigomi, si usavano terre rosse, henné o cinabro, oppure alternative più economiche, come fondi di vino o succo di more. Il rossetto si otteneva con l’ocra e con il minio, mentre gli occhi erano messi in risalto con un “antenato” dell’eye-liner (a base di galena, fuliggine o polvere di antimonio) e ombretti a base di cenere e azzurrite.

Il rapporto con il trucco e la cura di sé era piuttosto complesso, nell’antica Roma, e teneva conto di numerosi fattori, soprattutto della posizione sociale delle donne e del loro ruolo: era ritenuto un mezzo per piacere o per piacersi? Forse è difficile ipotizzare uno “standard di bellezza” proprio a causa di questa ambiguità, ma è probabile che anche il make-up facesse passare un messaggio cambiato nel corso dei secoli.

Giulia Marianna Dongiovanni

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