Il segreto confessionale: quando a confessare è un assassino

Compiamo errori, andiamo a confessarci. Compiamo peccati, andiamo a confessarci. Compiamo un omicidio, andiamo a confessarci. La fede cattolica ci porta a confessarci per poter espiare i nostri peccati. Ma se il peccato commesso fosse un crimine spregiudicato? L’ecclesiastico dovrebbe prenderne semplicemente atto oppure rivolgersi a chi di dovere denunciando l’accaduto?

I sacerdoti cattolici erano (e sono tuttora) vincolati dal sigillo sacramentale, o meglio conosciuto come segreto confessionale. Essi hanno l’obbligo di conservare in maniera assoluta ciò che viene detto loro durante il sacramento della Penitenza. Il Codice Canonico è orientato nel garantire al fedele l’assoluta segretezza della sua rivelazione. Fino a pochi secoli fa l’esercizio della confessione, oltre alla consueta remissione dei peccati, includeva una penitenza pubblica, volta a far conoscere il peccatore ai concittadini e a indurlo a non ricadere nello sbaglio. Con l’inizio dell’età contemporanea la penitenza pubblica non viene più compiuta.

Se il confessore vìola il sigillo sacramentale viene scomunicato. Secondo la religione cattolica, ciò che il penitente confessa non è rivolto al prete, bensì direttamente a Dio (il prete svolge la mera funzione di tramite). L’uditore, quindi, si trova con le mani legate non potendo diffondere le notizie delle quali è venuto in possesso. Egli, però, deve riuscire ad indurre il peccatore a confessare l’accaduto a chi di dovere. È successo nel 2020 a Palermo. L’assassino si converte e si autodenuncia, aiutato dal prete che lo ha accolto. Dopo il cammino di conversione, il parroco lo convince a percorrere la strada del sincero ravvedimento, anche a costo di perdere la libertà personale e di finire in carcere per il crimine commesso.

In sintesi, quindi, un sacerdote non può denunciare i reati che ha appreso durante la penitenza, nemmeno se essi siano gravissimi, come l’omicidio, la pedofilia e la violenza sessuale. Deve, dunque, portarsi il segreto nella tomba. Così successe a Giovanni Napomuceno, sacerdote del XIV secolo che pagò con la vita la volontà di non confessare ciò che la peccatrice gli aveva riferito. Egli venne imprigionato e torturato da Venceslao IV, imperatore del Sacro Romano Impero. Il parroco non volle rivelare ciò che gli confessò la sposa del sovrano, Giovanna di Baviera. Il sacerdote rivelatosi inflessibile venne gettato nel fiume Moldava. 

Il reverendo non può violare il segreto confessionale nemmeno per salvare la vita a una persona condannata ingiustamente: se venisse a conoscenza da parte di un fedele che egli stesso è l’autore del reato in questione e non l’individuo condannato, neanche in questo caso potrebbe violare il segreto confessionale.

La questione, come si è potuto constatare, è molto delicata. A fronteggiarsi sono due vincoli: preservare la segretezza della confessione e far sì che la giustizia faccia il suo corso. Il diritto italiano rispetta, dunque, il segreto confessionale: il Codice di Procedura Penale stabilisce la non obbligatorietà alla testimonianza dei ministri di confessioni religiose (se essi dovessero contattare le autorità nessun peccatore andrebbe ad ammettere i propri sbagli).

A conclusione, una domanda (a cui non vi è risposta giusta o errata) può sorgere spontanea: è moralmente ed eticamente giusto che il confessore conosca i peccati del penitente e non li possa denunciare, nonostante gli errori commessi siano molto gravi e vìolino, dunque, le regole sociali?

Giulia Arduino

In copertina La Confessione di Giuseppe Molteni, 1838.

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