Social network e stereotipi

La pandemia che da ormai due anni ha radicalmente modificato le nostre vite ha certamente aumentato l’uso dei social network e ha anche acuito il deleterio fenomeno degli “odiatori social”, i cosiddetti “leoni da tastiera” che, schermati da un anonimato di comodo e dunque chiusi in una sorta di “sfera dell’ego” impenetrabile, bersagliano tutto e tutti a suon di insulti pesanti, prese in giro e maldicenze. Il resoconto dell’ultimo anno è negativamente sbalorditivo: aumento del 50% degli episodi di hate speech, con particolare riferimento alle donne.

C’è evidentemente una componente culturale distorta e malsana alla base di questo fenomeno, che dovrebbe essere oggetto di una riflessione profonda. Un primo spunto in questa direzione? L’indagine su un fattore culturale della narrazione mediatizzata, individuato come “rimpallo delle responsabilità”, principale fattore di sviluppo di stereotipi e pregiudizi che sbilanciano in modo netto ed errato i ruoli del carnefice e della vittima.

Si potrà credere, sbagliando, che fondamentalmente si tratti solo di parole, di sfoghi. Non è così. Spesso si tratta di vere e proprie esplicitazioni di una “forma mentis” da modificare in quanto possibile anticamera di un comportamento distruttivo, o comunque fattore predisponente a far crescere sempre più delle dinamiche relazionali malate, basate sulla distruzione e sulla sua ostinata e delirante giustificazione. Per rendere ragione di ciò basta avere sottomano dei dati: su internet e sui vari social media il rinforzo degli stereotipi è pari all’84%.

C’è molta violenza e una grande dose di malignità nello stereotipo, questo è evidente da sempre. Possiamo definire gli stereotipi sempre falsi, perché di fatto annullano il pensiero critico e semplificano forzatamente uno spettro in realtà complesso di riflessioni e di idee. Sono delle scorciatoie a cui si ricorre per valutare un comportamento e giudicarlo in maniera frettolosa e non oggettiva, soltanto per il timore di un “horror vacui mentale” cui si andrebbe incontro in mancanza di una risposta pronta. Gli stereotipi, da questo punto di vista, trovano nei social network un fedele alleato: entrambi appagano l’ego nella sua “volontà esibizionista”, nel suo costante bisogno, in una società sempre più veloce ed esigente, di rivendicare necessariamente la ribalta, di dire sempre e comunque che si è presenti, ovunque e ad ogni costo, pur spesso sbagliando clamorosamente tempi, modi, occasioni e argomenti.

È più facile distruggere che costruire, anche questo è sempre stato ovvio. L’uomo ha da sempre bisogno di liberarsi dalla tossicità delle insoddisfazioni della vita: alla lunga finirebbe per soccombere, piegato dalla frustrazione e dai rimpianti. Introiettare le delusioni, le sconfitte e i momenti di difficoltà, però, spesso porta l’individuo a pensare di essere l’unico responsabile della propria sorte: un onere decisamente troppo grande da sopportare per la sua autostima e la sua psiche. Ecco che arrivano in soccorso i social, che permettono la proiezione di tutte le storture della nostra esistenza sull’altro. In questo senso, il social funge da “alleggerimento” delle nostre responsabilità, da protettore della nostra autostima. Un’altra modalità tramite la quale sfuggire al severo giudizio che abbiamo di noi stessi, se non abbiamo la possibilità di esimerci dalle colpe trovando giustificazioni ai nostri errori, è credere che quegli errori non siano mai stati commessi. Come? Non potendo “ripulirmi la coscienza”, me ne creo una nuova. Divento un altro. Gli stereotipi, in combinazione con i social, alla fine fanno questo: filtrano o inventano in continuazione delle verità, spesso di comodo, che l’uomo utilizza per non avvertire il peso dei propri errori.

Sia chiaro: non c’è nulla di male nel voler rielaborare la propria esperienza di vita, nel voler creare delle realtà nelle quali sentirsi diversi, nuovi, accettati, capiti. Lo fanno gli artisti con la loro arte, ad esempio. La sottile linea di demarcazione è l’intenzione con cui un pregiudizio o uno stereotipo agiscono sulla mente: non c’è un’intenzione di evasione in cui tutti si possono rivedere, unita ad un affratellamento corale dietro un sentimento forte, ma c’è una volontà meschina di plagio delle menti e di negazione del reale. Chi usa i social per instaurare pregiudizi o li instaura nella vita reale, non sogna una realtà nuova in antitesi a quella esistente, ma sostituisce delle sue proiezioni alla realtà. Da una parte l’empatia che nella vita reale porta ad unire le persone sotto l’egida di un cambiamento comune e migliorativo, dall’altra la volontà spesso filtrata di mettere in disordine la realtà, rea di non essere “giusta” a prescindere. Questo non può che creare scontri e divisioni.

Divisioni che sui social si ingigantiscono, sempre di più. Un tempo l’hate speech rappresentava una dimensione collettiva del rancore, che non poteva essere così massivamente scaricata sugli altri. Non esistevano infatti né computer né tantomeno social utili allo scopo. Negli ultimi anni si assiste ad una aggressività individualizzata, veloce, non prevedibile e praticamente non arginabile, perché in un mondo virtuale la sua replicabilità è sostanzialmente infinita. Un’aggressività che risveglia istinti truci che erano sopiti, ma che acquistano forza perché essendo mediatizzati non sono oggetto dello stigma sociale, sono occulti e vedono il bersaglio non come soggetto bensì come oggetto. Semplicemente un inerme spettatore che perde la sua identità in una realtà più grande di lui, finendo per essere scarnificato dei suoi tratti umani.

I social network sostituiscono l’incontro. L’incontro genera comprensione, il social filtra l’incontro con le proiezioni di una realtà che non si vede, nella quale il medium, cioè ciò che usiamo per comunicare, è anche il messaggio sfuggente e vago che comunichiamo. A cosa porta tutto questo? Alla privazione del nostro alfabeto emotivo.

Valerio Abrami

Crediti foto di copertina: https://www.orfonline.org/research/why-regulating-social-media-will-not-solve-online-hate-speech-54490/

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