Francia: i risultati del primo turno per le elezioni presidenziali 2022

Come funziona il sistema elettorale francese e perché si parla di secondo turno

Domenica 10 aprile i francesi si sono recati alle urne per scegliere il nuovo Presidente della RepubblicaIl ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più voti, Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, si terrà invece domenica prossima, 24 aprile, in quanto nessuno dei due è riuscito a raggiungere la maggioranza assoluta delle preferenze necessaria per vincere al primo turno. A giugno, precisamente il 12 e il 19, si voterà invece per l’Assemblea nazionale, l’ala del Parlamento eletta a suffragio universale diretto ogni 5 anni.  Con la riforma costituzionale del 2002, che ha abbreviato il mandato presidenziale riducendolo da 7 a 5 anni, le due elezioni, quella presidenziale e quella parlamentare, si tengono lo stesso anno in modo da ridurre le probabilità di una coabitazione, ovvero una situazione in cui la maggioranza politica dell’Assemblea Nazionale (e quindi il Primo Ministro che da questa deriva) non corrisponde alla maggioranza politica di cui il Presidente della Repubblica è espressione. Ricordiamo inoltre che il ruolo ricoperto dal Presidente della Repubblica francese è più complesso rispetto a quello a cui siamo abituati in Italia: in Francia vige infatti un sistema semipresidenziale, un mix tra il sistema parlamentare (italiano) e il sistema presidenziale (statunitense), in cui il Presidente, oltre ad essere tra le altre cose garante della Costituzione, dell’unità e dell’indipendenza nazionali e il capo delle forze armate, detiene anche un potere di indirizzo politico e in pratica divide il potere esecutivo con il suo Primo Ministro.  

I candidati del primo turno

I candidati di questo primo turno erano molti e non tutti hanno ricevuto durante la campagna elettorale la stessa visibilità, sia in patria che all’estero. La particolarità di queste elezioni è stato il netto distacco creatosi tra i candidati di partiti tradizionali, come il Partito Socialista e il Partito Repubblicano, che si sono ritrovati al loro minimo storico per quanto riguarda i voti raccolti e i candidati di partiti antisistema, che invece hanno raggiunto un alto livello di notorietà e di adesione e si sono piazzati tra le posizioni più alte nel primo turno. 

Da sinistra…

A sinistra i candidati principali erano quattro: Anne Hidalgo, Jean-Luc Mélenchon, Fabien Roussel e Yannick Jadot. Marginali sono risultati invece Nathalie Arthaud, di Lutte Ouvrière, partito di estrema sinistra e Philippe Poutou con il suo Urgence Anticapitaliste.

Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, convinta europeista, sostenitrice di ampie riforme sociali e leader del Partito Socialista, si ferma solo al 2%, realizzando un risultato ben al di sotto delle aspettative, specie considerando che con questo stesso partito, alle elezioni presidenziali di dieci anni fa, François Hollande aveva battuto il Presidente uscente Nicolas Sarkozy realizzando un 28% al primo turno.  

Cresce invece l’elettorato di Jean-Luc Mélenchon che arriva terzo al primo turno con il 22% dei voti complessivi. Nel 2017 si era piazzato quarto, realizzando il 19%, subito dietro a François Fillon candidato dei Repubblicani. Mélenchon, fondatore del partito di sinistra e anti-sistema La France Insoumise, ha convinto soprattutto i giovani tra i 18 e i 24 anni, soprattutto grazie alla sua attività sui social network. Il suo programma “L’ avenir en commun” era incentrato sulle riforme sociali a favore dei più deboli, sulla pianificazione ecologica per adeguarsi ai cambiamenti climatici e sulla lotta alla disuguaglianza, specialmente tra uomini e donne.

Fabien Roussel, a capo del Partito Comunista francese e appoggiato da altre quattro più piccole formazioni, si ferma poco sopra il 2%, realizzando un risultato comunque migliore dell’avversaria socialista Hidalgo. Anche il suo programma era orientato principalmente verso i giovani, nonché sulla proposta di un più oneroso impegno francese verso la pace internazionale e il disarmo nucleare mondiale.  

Infine Yannick Jadot, europarlamentare in carica e leader del Polo Ecologista, non arriva nemmeno al 5%. Nonostante il suo programma prevedesse anche un altro genere di riforme, il fulcro della sua campagna è stato indubbiamente l’impegno politico per l’ambiente e la lotta al cambiamento climatico, temi oramai diventati punti imprescindibili del programma elettorale di ogni partito, da destra a sinistra e che non hanno quindi aiutato il candidato a caratterizzarsi e distinguersi rispetto agli avversari.   

… a destra

A destra dello spettro politico, invece, i candidati più di successo erano tre, dalla più moderata al più estremista: Valérie Pécresse, Marine Le Pen ed Eric Zemmour. Tra gli altri possiamo citare Jean Lassalle con il suo partito Résistons !, di centro destra e Nicolas Dupont-Aignan di Choisir la France.

Valérie Pécresse, leader del Partito dei Repubblicani (il partito dell’ex Presidente Nicolas Sarkozy) ha concentrato la sua campagna elettorale sull’opposizione al Presidente uscente Emmanuel Macron. Conservatrice e moderata, la Pécresse si è presentata come la candidata che, una volta eletta, avrebbe ristabilito l’ordine e la sicurezza, sia alle frontiere che all’interno del Paese, permettendo alla Francia di riguadagnare una sua sovranità nazionale. Sfiora, senza arrivarci, il 5% dei voti. Ricordiamo inoltre che il 5% è un numero chiave nelle elezioni francesi, in quanto al di sotto di questa soglia le spese per sostenere la campagna elettorale non vengono rimborsate dallo Stato e sono quindi a carico del partito.  

Marine Le Pen è seconda al primo turno con il 23% dei voti, distante meno di 5 punti percentuali dal suo avversario storico Macron. Leader del partito nazionalista Rassemblement National, che fino al 2018 portava il nome di Front National, Le Pen si presenta come una candidata più moderata rispetto alle sue stesse istanze del 2017 ma rispetto anche ad altre frange più estreme della destra, guadagnando una chance di vincere le elezioni al secondo turno. La sua campagna elettorale resta comunque incentrata sui temi che la contraddistinguono ovvero il sovranismo, il rispetto dei valori nazionali, la sicurezza e la lotta all’immigrazione e all’islamismo. 

Ancora più a destra di Marine Le Pen troviamo il candidato anti-sistema Eric Zemmour, il personaggio che forse, specialmente all’estero, ha avuto più risonanza mediatica. Nonostante questo, al primo turno si ferma “solo” al 7% dei voti espressi. Nel dicembre scorso Zemmour fonda il partito Réconquete per potersi candidare alle elezioni, presentandosi come un outsider: egli è infatti uno storico giornalista e non un politico professionista. Tra le battaglie che ha portato avanti durante questi mesi di campagna elettorale spiccano sicuramente la sicurezza interna, tema caro alla destra, il rispetto dell’identità nazionale e la lotta all’immigrazione, specialmente di matrice islamica.  

Un discorso a parte va invece fatto per il Presidente uscente Emmanuel Macron, che con il suo movimento la République en Marche non rientra né tra i partiti di destra né di sinistra (o meglio: rientra in entrambi gli schieramenti). Favorito al primo turno e con grandi probabilità di essere rieletto al secondo, per un ultimo mandato, Macron si piazza in prima posizione con il 28% dei voti. Per convincere gli elettori a votarlo una seconda volta il Presidente uscente fa leva sugli obiettivi raggiunti durante il suo quinquennio, sulla paura del cambiamento e soprattutto dell’estremismo, opponendosi invece come un moderato centrista. Nel suo programma, comunque, non mancano accenni alla lotta al terrorismo di matrice islamica e alla difesa delle frontiere interne, oltre che a proposte di riforme scolastiche, sanitarie e per il lavoro. 

Cosa ci dicono questi risultati

Più o meno tutto come previsto dai sondaggi, quindi. Non ha perciò stupito il risultato raggiunto dall’estrema destra (sommando i voti di Le Pen e Zemmour si arriva circa al 30%) né quello del leader della sinistra radicale Mélenchon. Guardando i numeri però, possiamo notare una certa polarizzazione dei voti su 3 candidati, appunto Macron, Le Pen e Mélenchon: i francesi hanno preferito essere pragmatici ed evitare rischi, mettendo in atto la strategia del voto utile già al primo turno. 

Con l’aiuto del grafico possiamo notare come i voti si concentrino quasi totalmente sui tre principali candidati.

Come sempre molto alta è stata l’astensione, premeditata e voluta dagli elettori: solo il 74,8% degli aventi diritto è andata a votare, tre punti in meno rispetto al 2017. Decisivi saranno i voti di tutti coloro che, al primo turno, non hanno votato né per Macron né per Le Pen e aspettano adesso le indicazioni dei propri leader. Jean-Luc Mélénchon non si è schierato nettamente a favore di Macron ma ha caldamente invitato i suoi elettori a non regalare nemmeno un voto all’avversaria Le Pen. Valérie Pécresse ha chiesto ai repubblicani di rivolgere il loro sostegno verso il Presidente uscente, così come Anne Hidalgo e Yannick Jadot, per i quali la figura di Le Pen è ancora associata a quella di un candidato pericoloso e sovversivo, come 5 anni fa. Zemmour, infine, ha subito sostenuto senza indugi l’avversaria di estrema destra invocando una “grande manifestazione nazionale e popolare” per la data del secondo turno.  

Marta Fornacini

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