Il danno ambientale della fast fashion

Vi siete mai chiesti come sia possibile pagare €4 una T-shirt di H&M? O un bikini di SHEIN solo £1 o £2? Ormai pagare gli indumenti che indossiamo al prezzo di un pacco di patatine ci sembra scontato, ma la risposta a queste domande è, in realtà, assai dolorosa in termini di impatto ambientale e di vite umane.

L’industria della moda è tra le più inquinanti al mondo: uno studio pubblicato nel 2020 su Nature Reviews Earth & Environment afferma che la produzione di vestiti e scarpe utilizza 79 trilioni di litri di acqua e produce circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno, oltre alle pesanti emissioni di gas serra — circa l’8-10% delle emissioni di CO2 globale, tutte stime destinate a salire a meno di un grosso cambiamento non solo nelle nostre abitudini, ma anche nella metodologia e nelle risorse utilizzate per produrre vestiti.

L’effetto insostenibile di questo settore si è acuito negli ultimi anni con l’avvento della fast fashion, un modello di business basato sull’offerta sempre rinnovata di capi all’ultima moda dal prezzo abbordabile. Questo modello risponde perfettamente alla “fame” di prodotto del cliente, tipica dell’era consumistica che stiamo vivendo: il consumatore soddisfa il suo (apparente) bisogno di beni materiali acquistando qualcosa che gli dà una contentezza momentanea; perciò, una volta terminata la sensazione di soddisfazione, si mette alla ricerca di qualcos’altro, pur di raggiungere quella che è solo un’ombra della felicità che vede in quelle stesse pubblicità che gli vendono il prodotto.

Il ciclo quindi si autoalimenta, perché a una maggiore domanda corrisponde una maggiore offerta e i ritmi di produzione dell’industria tessile aumentano a discapito dei lavoratori e del pianeta. Molto spesso gli indumenti non fanno neanche in tempo a raggiungere il consumatore che sono già fuori moda e vengono quindi “smaltiti” prima di essere messi in vendita.

Il “cimitero di vestiti” nel deserto di Atacama, in Cile. Ogni anno, Europa, Asia e USA inviano circa 59.000 tonnellate di vestiti di seconda mano in Cile per essere rivenduti, ma di questi, circa 39.000 tonnellate finiscono qui.
(credits: skytg24.com)

Come si può intuire, a prezzi così bassi corrispondono capi di scarsa qualità, destinati a non durare nel tempo. La produzione super-fast non permette l’utilizzo di buone materie prime e di adeguati test di stress del tessuto prima della vendita del prodotto. Si stima, infatti, che un indumento venga indossato in media solo 14 volte prima di essere smaltito. Un caso estremo di questa tendenza sono gli USA, dove in media un consumatore acquista un nuovo prodotto di vestiario ogni 5,5 giorni.

Come mai il settore della moda ha delle conseguenze così gravi sul pianeta? Cercheremo di riassumere di seguito i passaggi più problematici del processo di produzione dei capi di abbigliamento e delle calzature evidenziati dallo studio citato in precedenza.

Consumo dell’acqua

Si stima che per ogni tonnellata di tessuto prodotto vengano utilizzate in media 200 tonnellate di acqua. La maggior parte di quest’acqua viene impiegata per l’irrigazione del cotone e per tutti quei processi industriali che ne richiedono l’utilizzo, quali tintura, sbiancamento o stampa. Il cotone, in particolare, è il materiale con la più alta impronta idrica rispetto ad altre fibre tessili: la ricerca mostra, infatti, come la sola produzione di una maglietta e un jeans sia responsabile, rispettivamente, del 88% e il 92% dell’impronta idrica globale.

Uno schema riassuntivo dell’impatto ambientale delle principali fibre tessili utilizzate in termini di consumi energetici, idrici ed emissioni di gas serra (credits: schema preso dallo studio “The environmental price of fast fashion”)

Ovviamente, tutto questo cotone non viene prodotto negli stessi paesi (prevalentemente occidentali) dove poi viene comprato e utilizzato. Per poter mantenere prezzi stracciati, le aziende si rivolgono a paesi dove la manodopera è pressoché gratuita: Cina, India o paesi in via di sviluppo. Circa il 44% del cotone viene prodotto per la sola esportazione, di conseguenza l’impatto ambientale della produzione del cotone risponde solo alla domanda estera. Sostanzialmente, le industrie tessili costruiscono le loro fabbriche in questi luoghi, regalando alle popolazioni locali inquinamento idrico delle falde acquifere e delle altre sorgenti idriche, degradando non solo l’ecosistema ma le stesse persone che, bevendo quell’acqua, si intossicano e in molti casi muoiono.  

Uso di sostanze chimiche dannose

La produzione di vestiti comporta l’utilizzo di diverse sostanze chimiche, si stima oltre 15.000. Di quali sostanze chimiche parliamo? A partire dal primo step della produzione di abbigliamento, l’industria della moda fa largo uso di prodotti agrochimici: vengono utilizzati circa il 6% della produzione globale di pesticidi, il 16% di insetticidi, il 4% di erbicidi, l’1% di fungicidi e altri. Altre sostanze vengono poi impiegate per la filatura, la tintura (banalmente i coloranti) e il lavaggio dei tessuti (ammorbidenti, agenti antischiuma).

Come si può intuire, queste sostanze sono dannose per il suolo, se disperse nell’ambiente senza controllo, e possono essere letali per l’uomo se inalate o ingerite: in particolare, possono causare tumori, malattie respiratorie, avvelenamenti e infertilità e sono responsabili di quasi 1000 morti al giorno. Se possono uccidere un uomo, possiamo solo immaginare cosa possano provocare all’ambiente: perdita della biodiversità, distruzione di microrganismi, piante e animali.

Abitante locale di Kanpur con evidenti problemi dermatologici dovuti all’inquinamento da conceria (credits: The true cost – documentario)

È interessante riportare il risultato di uno studio svedese citato nell’articolo: tra 2450 prodotti chimici legati alla produzione tessile, circa il 10% è stato ritenuto altamente dannoso per la salute umana e il 5% altamente dannoso per l’ambiente, a livello globale. Sono state infatti ritrovate tracce di sostanze usate per impermeabilizzare i tessuti in remote località artiche, nei corpi della fauna del posto (orsi polari, foche, ecc…).

A questo punto, ci si potrebbe chiedere dove e in che modo tali attività siano regolamentate, e quali siano le istituzioni vigilanti di queste ultime. I meccanismi di controllo esistono, ovviamente, ma molto spesso le industrie si rivolgono a luoghi poco fiscali sulle regole ambientali e sulle tecnologie di contenimento dell’inquinamento, per poter abbassare i costi di produzione.

Impatto del carbonio

L’elevata impronta ecologica del carbonio in questo settore è principalmente dovuta alla fonte di energia utilizzata nella produzione e alla sua quantità di impiego. Ovviamente, un paese che produce abbigliamento tramite combustibili fossili (ad esempio la Cina) avrà un impatto del carbonio maggiore rispetto alla produzione dello stesso tipo di abbigliamento in un paese che utilizza fonti energetiche rinnovabili; capiamo perciò che è difficile fare delle stime precise o trarre subito delle conclusioni dai dati riportati.

Le emissioni di CO2 comprendono il processo di produzione e vendita nella sua interezza, a partire dall’estrazione iniziale delle fibre tessili (specialmente quelle sintetiche che provengono da combustibili fossili), fino alla spedizione (si pensi al trasporto aereo, tra i più inquinanti) e al lavaggio da parte del consumatore.

Qual è l’alternativa migliore?

Stabilire quale sia la migliore alternativa è più complesso di quello che si crede: la coltivazione biologica, per quanto vantaggiosa dal punto di vista delle emissioni, richiede un maggiore utilizzo di acqua, ed è importante ricordarsi che tutto varia a seconda del paese di produzione.

Si potrebbe pensare alle fibre naturali, che emettono in assoluto minori percentuali di carbonio; tuttavia, anch’esse potrebbero essere compensate da un maggior bisogno energetico per lavaggio, asciugatura e stiratura rispetto alle fibre sintetiche.

Per quanto la situazione attuale possa sembrare scoraggiante, c’è ancora tempo per invertire la rotta: esistono delle alternative biologiche e sostenibili, tutte con i loro compromessi, ad esempio la coltivazione di cotone OGM, di cui purtroppo non abbiamo opportunità di parlare in questo articolo.

La differenza può farla anche il consumatore, con dei semplici accorgimenti: in primis, chiedersi sempre quanto un acquisto sia realmente essenziale, al fine di evitare acquisti impulsivi e necessariamente altri rifiuti.

In secondo luogo, è una buona abitudine quella di controllare il paese di origine e le modalità di produzione di abbigliamento o calzature di una determinata marca e prediligere, per quanto possibile, scelte eco–friendly.

A sostegno di ciò, esistono una moltitudine di iniziative volte al consumo circolare, che non richiede quindi la produzione ex novo dei capi. Tuttavia, queste idee vengono spesso cestinate a causa di una diffusa credenza che vuole il second-hand come sinonimo di vecchio, malridotto. Se volete ricredervi, vi lascio qui una lista di siti interessanti dove poter fare acquisti sostenibili:

Quelle evidenziate in questo articolo sono solo alcune delle problematiche ambientali legate alla produzione tessile. Prossimamente, invece, esamineremo le difficoltà umanitarie dei lavoratori in questo settore. Trovate un primo assaggio sulla situazione particolare di SHEIN qui. Stay tuned per la seconda parte!

Dalila Papapicco

crediti immagine di copertina

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. phileasfogg2020 ha detto:

    Ho sempre evitato i vestiti a prezzi stracciati, proprio per la scarsa qualità che ho sempre collegato a queste “superofferte”, però ho trovato interessante leggere questo articolo e approfondire tutti i risvolti di questo settore (e scoprire delle nuove alternative)

    Piace a 1 persona

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