Peppino Impastato: un ragazzo che ha segnato il destino

Ci sono persone che sembrano avere il destino segnato. Ci si potrebbe domandare perché, come mai la sorte – che spesso riserva grandi sorprese, ma che può allo stesso modo rivelarsi spietata – abbia riservato loro un “trattamento d’onore”. La risposta giusta non esiste, probabilmente non è nemmeno così interessante scoprirla. Ci basta sapere che grazie a queste persone, a questi “eletti”, tutti noi possiamo sperare in un futuro migliore.

Quello di Giuseppe Impastato, per tutti Peppino, era uno dei tanti destini segnati, che lui, morto a 30 anni appena, aveva tentato con tutte le forze di cambiare.

La sua tragica fine, il 9 maggio 1978, una settimana prima della sua elezione a consigliere comunale di Cinisi, assestò un cambio di passo radicale alla vita dei suoi cari, dei suoi “oppositori” e di tutta l’Italia.

Solo nel 2001, a distanza di 23 anni dal suo omicidio, Peppino Impastato venne riconosciuto una vittima di mafia. Quella che lui etichettava come “una montagna di merda” ai microfoni di Radio Aut, che condannava con fermezza citandone a gran voce i membri da palchi improvvisati dal suo partito, Democrazia Proletaria.

Che male poteva fare dicendo la verità? Nessuno. Giuseppe Impastato parlava. Parlava ad una Cinisi che non vedeva, non sentiva e non faceva un fiato contro i soprusi e le violenze. Peppino aveva deciso di ribellarsi all’omertà di una città sconsolata e impaurita, aveva capito che valeva la pena ribellarsi ad una vita, la sua, che sembrava destinata a ripercorrere una via criminale, una vita da criminale, una vita “sbagliata”.

Quello che a Impastato costò la vita fu il tentativo, a posteriori riuscito, di cambiare la propria esistenza, opponendosi al destino e correndo, consapevolmente e coraggiosamente , il rischio di perderla.

Tutto sembrava tramare per Impedirgli di raggiungere il suo scopo: suo zio era un boss di spicco, suo padre era un intimo amico di uno dei più temuti capi di Cosa Nostra, Gaetano Badalamenti. Ma lui, quello che tutti chiamavano “il rosso ribelle”, il “rivoluzionario”, sempre in lotta contro le angherie dei più potenti, idealista, puro e sognatore, cambiò la sua sorte. E Badalamenti divenne il mandante del suo omicidio.

Felicia Bartolotta, madre di Peppino, incrociò il mandante dell’omicidio del figlio nel primo giorno del processo. Gli sussurrò di vergognarsi, ma non ricevette nessun segno di pentimento o di vergogna. In risposta, solo lo sguardo sfidante di chi pensa di poterla passare liscia, sempre e comunque.

Per certi versi, almeno nelle fasi iniziali del processo, fu così. Due archiviazioni, nel 1984 e nel 1992, avevano quasi posto la parola fine sulla vicenda. Poi la svolta improvvisa con la condanna di Salvatore Palazzolo, braccio destro di Badalamenti e amico personale della famiglia Impastato.

Anni di estenuanti processi avevano minato la salute fisica e psichica della signora Bartolotta, che si dedicò con tutta l’anima a cercare la verità, a combattere un destino che ancora una volta sembrava già scritto: il figlio si era suicidato gettandosi sotto un treno, presumibilmente per sfuggire ad un forte stato depressivo . Tesi da sempre contrastata da chi conosceva e voleva bene a Peppino, che mai avrebbe tentato di uccidersi, tantomeno seguendo un modus operandi che pareva, eufemisticamente parlando, difficilmente immaginabile e praticabile.

Peppino fu fatto a pezzi. Letteralmente. Lo dilaniarono sui binari della ferrovia del paese la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978. Stordito, picchiato e fatto brillare con l’esplosivo dopo averlo spostato sulle rotaie. Trenta chili di resti sparsi in un raggio di 400 metri. Alcune cronache dell’epoca, cercando di mettere in atto depistaggi, sostenevano che si fosse voluto uccidere o che fosse inavvertitamente “saltato in aria” cercando di maneggiare dell’esplosivo.

La notizia della sua morte giunse, semmai ci possa essere un giorno giusto per morire, nel giorno sbagliato. Il 9 maggio venne ritrovato anche il corpo dell’Onorevole Moro e, nel cono d’ombra di una tragedia nazionale di proporzioni colossali, la morte di Impastato fu un trafiletto marginale sui giornali. Non per chi lo aveva conosciuto e ne aveva apprezzato il coraggio.

Da qui si riscrive una storia di indagini volutamente chiuse in fretta e furia, di insabbiamenti e di superficialità. Un esplosivo che, come fecero notare i legali della famiglia, risparmia gli occhiali della vittima e ne distrugge il corpo. Un’ esplosione devastante che brucia i vestiti ma non un’ arraffazzonata lettera d’addio, ritrovata solo parzialmente annerita. Le chiavi della sede di Radio Aut, che Peppino teneva sempre nella tasca dei pantaloni, ritrovate dopo un giorno dal necroforo del paese. Intatte, perfettamente funzionanti, nemmeno minimamente piegate da una detonazione capace di strappare i muscoli dalle ossa.

L’esplosivo era esplosivo usato nelle cave. Difficilmente reperibile sul mercato, per lo meno da persone non addette ai lavori. Non fu fatto nessun rilievo sull’esplosivo, né tantomeno vennero contattati i venditori di zona. La macchina di Impastato, che poteva sicuramente nascondere tracce del trasporto del materiale, sicuramente sotto forma di polvere, non venne ispezionata.

Gli amici di Peppino, insieme agli avvocati di parte, avevano raccolto prove schiaccianti, ma un destino finemente beffardo li ostacolava. La pietra insanguinata che ritrovarono nei pressi del casolare attiguo alla ferrovia, ad esempio, venne degnata di scarsa considerazione. Il sangue sul masso, dello stesso gruppo di quello della vittima, zero negativo, venne classificato come sangue mestruale.

Il fascicolo che descriveva il casolare dove fu ritrovata la pietra con la quale Peppino fu massacrato di botte, sparì in circostanze mai del tutto chiarite. C’era sangue, tantissimo sangue. La scena del crimine era intrisa del sangue di un ragazzo che si sarebbe spaccato la faccia da solo, sbattendola ripetutamente contro i binari del treno e, tramortito dalle percosse autoinflitte in preda ad un raptus autolesionista, avrebbe provveduto a legarsi con delle catene e a farsi esplodere con l’esplosivo. Una sceneggiatura da Oscar.

Contro ogni evidenza logica e scientifica era suicidio o attentato. Tutto, meno che un’esecuzione mafiosa. Sì, ma allora cui prodest? Era tutto molto strano, una serie di coincidenze sembravano allinearsi per non far arrivare ad una conclusione che apparentemente sembrava essere a portata di mano, o per meglio dire a portata di sentenza. Dal 1978 al 2001, 23 anni di quello che gli avvocati dei mandanti definirono “processo farsa”, “caccia alle streghe”, “accanimento”, “scherzo del destino”, “tragica fatalità di dubbio interesse”. Queste parole, con riferimento alla fatalità e allo scherzo del destino, furono invece la chiave di volta di tutto “l’inestricabile rompicapo”. Altro che scherzo del destino, il destino qui non c’entra niente. Meno di niente , nè nella storia nè nella morale intrinseca. Ma mamma Felicia questo lo scoprirà tardi, dimostrando che la storia di suo figlio interessava a molti, al contrario di quanto un processo di screditamento volesse far credere, specialmente negli anni immediatamente successivi all’omicidio, ponendo la domanda: “a chi interessa un’inchiesta senza fine su un giovane attivista, ora che in Italia regna la paura del terrorismo, il fermento politico e un cambiamento sociale difficile da gestire?”

Già, a chi poteva interessare l’uccisione di un ragazzo di trent’anni che in un piccolo paese del Sud Italia lottava per ribellarsi ad una vita “apparecchiata verso il male”? Sicuramente a chi da questo male trae benefici, ma all’epoca non si era pronti per una riflessione umana del genere. Il sacrificio di Peppino Impastato sembra un feroce quanto tristemente reiterato delitto di mafia, e in effetti lo è a pieno regime. Ma assume un significato umano che va oltre il valore del sacrificio per una giusta causa. Diventa il simbolo della volontà che è più forte della circostanza. E’ un manifesto di lotta contro la cultura della predeterminazione, del “destino cattivo” contro il quale non è possibile combattere. La morte di Impastato ci insegna a distruggere le verità di comodo, a non avere paura e alibi alcuni. Una perdita che ci lascia viva la facoltà di scegliere. Ci lascia il rammarico di non averla saputa evitare, forse perché sarebbe stata un’impresa troppo ardua. Forse perché prima o poi, purtroppo, chi tenta di svincolarsi da un destino che per nascita lo condanna ad una genealogia criminale, sarà o a lei richiamato o da lei disconosciuto e quindi eliminato, in una barbarie ingiusta e senza limiti. Ma ci professa, oltre al coraggio, la verità che tutti, se vogliamo, indipendentemente da tutto, possiamo creare il nostro futuro. Ricrearlo da capo. Consapevoli che, se lottiamo contro il nostro fantomatico destino per cambiarlo, stiamo esplicitamente affermando che esso, in realtà, non è altro che una scusa. Un feticcio per giustificare le mancanze. Ci siamo noi, e se rinneghiamo un’esistenza che ci pare sbagliata non stiamo contrastando il fato, stiamo lottando per migliorare noi stessi. Nessuno è segnato da qualcosa contro la quale lotta . Nessuno muore se rimane in quello che ha voluto e per cui si è battuto. Forse ci sono solo due tipi di persone: quelle che pensano che il destino sia tutto ciò che ci accade e quelle che credono che invece sia quello che noi scegliamo di far accadere. Contro tutto e tutti, pure contro noi stessi. Ci sono persone che hanno il destino segnato, poi ci sono quelle che lo segnano. A 44 anni dalla morte, lo diciamo a voce unanime: Giuseppe Impastato da Cinisi faceva parte della seconda categoria. Se possibile, cerchiamo di farne parte anche noi.

Sempre.

Valerio Abrami

Crediti immagine di copertina

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