Vittorio Emanuele III: il re dalle scelte sbagliate

1 metro e 53 centimetri di altezza, gracile, debole di carattere. Dopo l’assassinio di suo padre Umberto I da parte di Gaetano Bresci, a soli 31 anni Vittorio Emanuele III diventa l’ultimo re d’Italia (esuli dal considerare suo figlio Umberto II, rimasto in carica per un solo mese). In 46 anni di Regno – dal 1900 al 1946 – ha preso parte a due guerre mondiali, ha assistito all’ascesa del Fascismo, alla promulgazione delle leggi razziali e alla fine della lunga monarchia sabauda. Sulla sua persona pesano, ancora oggi, luci e (molte) ombre.

Nel 1915 appoggia l’intervento dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale. Al termine del conflitto, vista la sua assidua presenza al fronte, viene denominato “re soldato”. Seppur il Paese ne esca vittorioso, le condizioni dei cittadini sono terribili. La povertà dilaga. Il clima è teso e smanioso. La crisi sociale non si arresta. È alle porte un’altra crisi… quella politica.

1922. La Grande Guerra è finita da quattro anni. Il governo liberale si trova sull’orlo del baratro. Non riesce a trovare un modo per fronteggiare la sconvolgente situazione. Entra in scena un personaggio nuovo, un personaggio che si presenta come l’unico in grado di superare l’incertezza: Benito Mussolini.

Gli storici (quasi) unanimi concordano nel ritenere che Vittorio Emanuele III non abbia capito la portata rivoluzionaria dei Fasci. Seppur il governo liberale di Facta gli chieda di firmare lo Stato d’Assedio, ad ottobre 1922 egli fa entrare i rivoluzionari a Roma dando così avvio alla fase di non ritorno. Se a primo acchito Mussolini poteva sembrare l’uomo adatto a risolvere le problematiche del Paese, con il trascorrere del tempo viene a galla il suo vero intento: creare tout court un regime totalitario.

La libertà di parola, di pensiero, di opinione, di stampa vengono repressi. L’opposizione politica è dichiarata illegale.

Davanti a queste circostanze Vittorio Emanuele non fa nulla per fermare il progressivo accentuarsi della dittatura. Non interviene neanche quando il fascismo entra in crisi durante il delitto Matteotti del 1924. Egli si estrania completamente dall’attività politica. Secondo lui l’istituto monarchico deve tenersi il più possibile defilato ed evitare di essere compromesso sia con Mussolini sia con i suoi avversari. In cambio dell’immobilismo, il re ritiene che il duce sia in debito con Casa Savoia.

Ma a lungo andare il suo estraniamento finisce e inizia, quindi, l’appoggio alle scelte del Littorio: dallo scioglimento di partiti e sindacati all’oppressione delle opposizioni, dalla soppressione delle libertà individuali fino alle leggi razziali del 1938.

Nel 1940 l’Italia entra in guerra a fianco della Germania. Dopo i mesi iniziali di incessanti vittorie, le potenze dell’Asse incontrano un escalation di sconfitte. Vittorio Emanuele cerca, perciò, di separare le sorti della Monarchia da quella del Regime. Approfittando del voto contrario a Mussolini nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943, depone il duce dalla guida del governo a favore del maresciallo Pietro Badoglio. L’8 settembre stipula l’Armistizio con gli anglo-americani, ma contrariamente a quanto sperato, l’esito risulta disastroso per via della pronta reazione tedesca. Il re – per non cadere nelle grinfie del Terzo Reich – fugge da Roma e si reca prima a Pescara, poi a Brindisi. Con questa scelta lascia allo sbando un intero esercito.

Ma la sua è stata una vera fuga? Secondo alcuni storici il sovrano non ha commesso un atto di vigliaccheria. Ad alimentare l’idea di una codardia regale è stata la Repubblica di Salò, che per legittimarsi discreditò pesantemente il re. Egli, però, avrebbe potuto abdicare e rimanere nella capitale, lasciando che il trasferimento lo facesse suo figlio Umberto II.

Solamente nel 1946 Vittorio Emanuele decide di abdicare. Ancora prima che gli italiani scelgano il 2 giugno la Repubblica, l’ormai ex re si ritira ad Alessandria d’Egitto spegnendosi l’anno successivo. Oggi i suoi resti – insieme a quelli della moglie Elena del Montenegro – si trovano nel Santuario di Vicoforte (in provincia di Cuneo).

Se Vittorio Emanuele III avesse fatto scelte diverse – una fra tutte quella di proclamare lo Stato d’Assedio non consegnando l’Italia a Mussolini – la storia del nostro Paese sarebbe state diversa? Se dopo l’omicidio Matteotti avesse condannato apertamente il Fascismo, la storia del nostro Paese sarebbe stata diversa? Se avesse evitato di fuggire a Brindisi, la storia del nostro Paese sarebbe stata diversa?

Giulia Arduino

Crediti immagine di copertina: www.globalist.it

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