Paris Is Burning: 32 anni dopo

Tra il 1984 e il 1990, la neo-regista Jennie Livingston decise di avventurarsi in un progetto (inizialmente a sfondo universitario) che riguardava la cultura queer e drag, entrando nella ristretta ma grande bolla che era la ballroom culture newyorkese della metà degli anni ‘80. Questi anni confermarono fortemente, per la cultura americana (quella bianca, eterosessuale e cis), la risalita iniziata nel dopo-guerra, con l’elezione di Ronald Raegan a presidente degli Stati Uniti e un forte conservatorismo repubblicano, con una cultura capitalista ormai insediatasi in ogni angolo degli states e la superficialità della vita yuppie. E dall’altra parte furono gli anni, per la comunità LGBTQ+ e tutte le minoranze che le gravitano attorno, dell’AIDS e dell’HIV e di tutte le morti che ciò ha comportato, della voglia di mostrarsi al mondo sapendo che saresti potuto essere sbattuto fuori di casa o peggio, della voglia di trovare una famiglia che non fosse di sangue, di mostrare a una ristretta cerchia di persone che potevi trasformarti in quello che la società voleva senza sforzo, pur rimanendo, nel profondo, te stesso.

Paris Is Burning fu un modo per far gridare a una fetta della comunità di quegli anni tutto il male e il bene che avevano subito. Livingston iniziò ad intervistare membri di spicco della cultura ballroom di New York, prettamente uomini gay e donne transgender della comunità nera e latinoamericana che nell’ambito dei suddetti ball organizzavano competizioni a tema dove si sfidavano a suon di outfit e catwalk, dove si potevano trovare varie categories (ovvero, temi da seguire per gli outfit) da vincere: da prettamente femminili dove vinceva la più “passabile” come donna cis, ad anche maschili, come per esempio una category a tema business fashion, ispirata a quegli uomini intoccabili che camminavano a testa alta per le vie di Wall Street. Tutto ciò viene mostrato nel documentario, alternando le interviste a momenti di esibizione. “L’idea della realness è di sembrare il più possibile uguale alla tua controparte eterosessuale”, dice Dorian Corey, uno degli intervistati, spiegando uno dei tanti slang della scena ballroom, ma anche uno dei pilastri del perché la culture è nata in primo luogo. “Più verosimile sembri, più significa che assomigli ad una vera donna, o un vero uomo, un uomo etero. Non è satira, è essere in grado realmente di essere quello. […] Danno alla società ciò che vuole vedere, così che [le persone accettate dalla società] non faranno domande […]”.

32 anni dopo l’uscita del documentario, molto è cambiato ovviamente. Una grande parte della comunità LGBTQ+ ha deciso di abbracciare il menefreghismo quando si tratta di giudizi esterni da parte di persone che non potranno mai capire la loro esperienza, tanto che il passing non è nemmeno più considerato da molti individui transgender come essenziale all’esperienza, in quanto l’espressione di genere è ormai vista come separata dal gender in sé, cosa che era diversa negli anni ‘80, tanto che alle due anche la sessualità veniva collegata, spesso ed erroneamente come “causa” di questi comportamenti. Divisioni generazionali come questa, incluso il fatto che molti queer elders (come li chiama la comunità) sono morti per AIDS e per violenza durante quegli anni e quindi fisicamente non possono parlare alle nuove generazioni, portano spesso a lotte intracomunitarie e discussioni che non hanno effetto fuori dall’ambito social e online. Ovviamente tutto il parlare non viene per nuocere ed anzi, è vitale in una comunità evolversi e capire che certi pensieri e comportamenti sono cambiati, ma c’è una differenza tra il parlare di ciò già citato sopra, di cosa significa essere transgender in una società che non è più binaria come una volta, e il litigare su chi e chi non può venire al Pride perché “ci fanno fare una brutta figura”.

Altre cose, purtroppo, rimangono le stesse: nel 2021 si è raggiunto il numero record di morti violente di persone transgender. In Paris Is Burning, seguiamo anche la storia di Venus Xtravanganza, donna trans che ci parla dei suoi piani per il futuro, della sua vita e dei suoi incontri; alla fine del documentario ci viene raccontato del suo omicidio perpetrato da un uomo con cui stava per avere un rapporto, accaduto durante le riprese. Le persone trans sono l’anello più fragile della comunità LGBTQ+, con altissimo rischio di morte sia per transfobia che per cause naturali (non collegate alla terapia ormonale o alla riattribuzione chirurgica, che si sono anzi dimostrate di grande aiuto per ridurre le possibili morti) e mentali (suicidio, depressione e autolesionismo).

Venus Xtravaganza in una scena del documentario.

Parlare della comunità LGBTQ+ durante il mese del Pride significa anche parlare dei dati e delle statistiche, dei lati bui e della storia di coloro che sono venuti prima. Paris Is Burning è considerato tutt’ora, con tutti i cambiamenti interni ed esterni alla comunità, una visione importante sia per membri che alleati, una finestra sulla vita negli anni ‘80 di una parte della comunità che dice molto dell’esperienza gay e trans sia di ieri che di oggi. Perché se in 32 anni è cambiato sia tutto che nulla, significa che c’è ancora strada da fare.

Gaia Sposari

crediti immagine di copertina: https://www.aidc.com.au/

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