Mentre l’attenzione mediatica sulla cosiddetta “crisi migratoria” si è progressivamente affievolita a fronte di flussi e arrivi più contenuti, lungo le frontiere europee continua a diffondersi una pratica tanto controversa quanto difficile da monitorare: i pushback (o respingimenti), finalizzati a bloccare gli arrivi delle persone in movimento sulle coste. Si tratta di operazioni attraverso cui i migranti vengono allontanati dalle frontiere senza poter accedere alle procedure di protezione internazionale previste dal diritto europeo e globale. Negli ultimi anni, il Mar Egeo è diventato uno dei principali scenari di questa politica di deterrenza.
Non esiste una definizione universalmente condivisa di pushback. L’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) li descrive come una serie di misure adottate dagli Stati per costringere migranti e rifugiati ad abbandonare il proprio territorio, impedendo loro l’accesso ai sistemi di protezione e alle garanzie procedurali previste dalla legge. In maniera simile, il Relatore speciale sui diritti umani dei migranti dell’UNHCR parla di rimpatri sommari dei border crosser verso il paese da cui hanno tentato di attraversare, effettuati senza una valutazione individuale delle esigenze di protezione e in possibile violazione del principio di non respingimento.

Nel Mar Egeo, i pushback avvengono spesso durante le operazioni di pattugliamento e si concretizzano nell’azione di imbarcazioni di Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) o della guardia costiera, che cercano di respingere imbarcazioni in arrivo verso le coste turche attraverso tamponamenti, traini o creazione artificiale di onde. Numerose testimonianze e inchieste giornalistiche hanno documentato episodi in cui imbarcazioni cariche di persone vengono intercettate e costrette a tornare verso le acque turche. In alcuni casi, i motori vengono danneggiati o confiscati, in altri, le persone sono trasferite su zattere di salvataggio prive di propulsione e lasciate alla deriva.
I numeri mostrano la portata del fenomeno: secondo l’Aegean Boat Report, tra il 2017 e il 2026 sono arrivate sulle isole greche 8.111 imbarcazioni con 253.395 persone a bordo. Nello stesso periodo, 13.571 imbarcazioni con 423.660 persone sono state intercettate dalle autorità turche e 3.579 imbarcazioni con 98.517 persone sarebbero state respinte verso la Turchia dalle autorità greche.
Le conseguenze di queste pratiche possono essere drammatiche. Le imbarcazioni utilizzate per attraversare il mare spesso sono spesso sovraffollate e inadatte alla navigazione; qualsiasi manovra aggressiva o tentativo di respingimento aumenta il rischio di naufragi e perdita di vite umane. Secondo l’ultimo rapporto del Legal Centre Lesvos, che da oltre un anno conduce un progetto di mappatura e documentazione degli incidenti e delle persone decedute o disperse alle frontiere greche, tra gennaio e aprile 2026 almeno 81 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere la Grecia dalla Turchia o dalla Libia, mentre altre 41 risultano disperse.
Uno degli episodi più gravi degli ultimi anni resta il naufragio dell’Adriana, avvenuto al largo di Pylos nel giugno 2023. Secondo diverse ricostruzioni e testimonianze, il tentativo di traino dell’imbarcazione da parte della guardia costiera greca avrebbe contribuito al ribaltamento del peschereccio. Le vittime stimate superano le 500 persone, rendendolo uno dei più gravi disastri nel Mediterraneo contemporaneo.
I pushback sono considerati da numerose organizzazioni umanitarie una pratica illegale, in quanto entrano in conflitto con il diritto internazionale dei rifugiati, con il principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra del 1951, con il diritto internazionale del mare e con diversi diritti fondamentali, tra cui il diritto alla vita e il divieto di trattamenti inumani o degradanti. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha più volte riscontrato violazioni del divieto di espulsioni collettive in casi riguardanti diversi Stati europei, tra cui Grecia, Italia, Croazia e Ungheria. Nel 2019 e nel 2021 sono state inoltre presentate due comunicazioni alla Corte Penale Internazionale che accusano funzionari europei e nazionali di aver contribuito a politiche di deterrenza potenzialmente riconducibili a crimini contro l’umanità. Si segnala, inoltre, la pratica sempre più diffusa di reclutare proprio persone migranti come supporto operativo alle forze di polizia durante operazioni di pushback, in cambio di documenti.

Tuttavia, i respingimenti non possono essere compresi isolatamente. Essi si inseriscono in una più ampia strategia europea di deterrenza e controllo della mobilità, costruita attorno ad alcuni pilastri fondamentali. C’è una crescente dimensione securitaria per cui la migrazione viene rappresentata politicamente come una minaccia alla sicurezza, giustificando così misure eccezionali di sorveglianza e detenzione. Le persone in movimento vengono criminalizzate in quanto “irregolari”, ma non viene loro offerto alcun canale alternativo, legale e accessibile: è così che il viaggio pericoloso rimane l’unica via praticabile. Negli ultimi dieci anni, inoltre, l’Unione Europea ha rafforzato la cooperazione con paesi terzi come Turchia e Libia, esternalizzando la gestione delle frontiere e investendo risorse crescenti nella prevenzione delle partenze. Allo stesso tempo, Frontex è stata progressivamente potenziata e dotata di maggiori mezzi e competenze operative.
Anche chi documenta queste pratiche incontra ostacoli sempre maggiori. Emblematico è il caso di Tommy Olsen, fondatore dell’Aegean Boat Report, l’organizzazione che dal 2015 monitora in maniera indipendente quanto accade nel Mar Egeo. Il suo arresto è stato interpretato da molti come un ulteriore segnale delle difficoltà incontrate da giornalisti, attivisti e osservatori impegnati a documentare ciò che avviene alle frontiere.
La diminuzione degli arrivi in Europa viene spesso presentata come una prova del successo delle politiche migratorie degli ultimi anni. Tuttavia, osservare ciò che accade nel Mar Egeo suggerisce una domanda diversa: se la riduzione delle traversate passa attraverso respingimenti, naufragi e limitazioni all’accesso all’asilo, quale prezzo umano siamo disposti ad accettare per difendere le frontiere europee?
Serena Savarese





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