Dizionario dei luoghi comuni

Il nome di Gustave Flaubert è noto quasi a chiunque per il personaggio di Madame Bovary, oltre che – più in generale – per aver dipinto nei suoi romanzi la società francese dell’epoca. Tuttavia, lo stesso scrittore è stato anche autore di un libricino dal titolo curioso: “Catalogo delle idee chic e dizionario dei luoghi comuni”, in originale “Dictionnaire des Idées Reçues – Catalogue des Idées Chic”.

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In effetti, l’opera si presenta come un elenco in ordine alfabetico di parole oggi più o meno consuete, seguite dalle idee comunemente associate a esse, oppure dalle espressioni in cui vengono usate più frequentemente.

Sebbene al suo interno si trovino – in quanto risalente al 1800 – termini che al giorno d’oggi possono risultare un po’ strani, addirittura alcuni di cui ormai ignoriamo il significato (come “knut: parola che irrita i russi”), allo stesso tempo troviamo parole ancora largamente in uso: fra queste, scopriamo che ci sono nel linguaggio quotidiano, antiche associazioni tuttora forti e ben radicate, mentre in altri casi esse sono state sostituite da odierni luoghi comuni. Così, potrebbe sorprendere che già nella Francia dell’Ottocento per “illeggibile”, si credesse che “una ricetta medica deve esserlo”.

Ad ogni modo – come fa notare lo scrittore Michele Serra nella postfazione dell’edizione italiana – questo elenco è utile soprattutto perché mette in luce quanto spesso ci si affida ai luoghi comuni per evitare di apparire “diversi”, oppure per comodità o, verrebbe da aggiungere forse, per pigrizia? Pigrizia – sempre citando Serra – di chi evita di sviluppare un pensiero personale e originale; ancora più grave, se si considera che in questo modo, molte volte si finisce per spegnere le potenzialità della capacità di espressione di ciascuno di noi. In effetti – portando qualche esempio da Flaubert – quante volte incontriamo l’aggettivo “chiuso”, preceduto da “ermeticamente”? Oppure “banditi” che sono “feroci”? E “fanciulle” “pallide”, “pure” o “fragili”?

L’autore francese viene per questo definito il “massimo catalogatore della stupidità” nei confronti dell’umanità, e lo stesso ruolo potrebbe assumere oggi colui che si prenderebbe la briga di realizzare il “Catalogo” in versione “Ventunesimo secolo”. Infatti, se a quel tempo il “radicalismo” appariva sempre “latente” e “pericoloso”, ed era “la repubblica a portare a esso”, oggi senza dubbio il primo collegamento sarebbe con “islamico”. Spostandosi invece su luoghi comuni che riguardano alimentazione e salute (effettivamente uno degli ambiti in cui se ne trovano maggiormente), a proposito di “pane” Flaubert scrive: “chissà le porcherie che ci mettono”, ma per noi sarebbe immediatamente “quello bianco fa ingrassare” e “no ai carboidrati a cena!”. Ancora, per “olio d’oliva” si legge “Non è mai buono!”, sebbene attualmente sia diventato il vanto della dieta mediterranea. Notevole è invece che “straniero”, fosse allora sempre preceduto da “nobile”, mentre oggi è diventato tutto l’opposto: gli stranieri “rubano”, sono “criminali”, “portano via il lavoro” ecc.

In definitiva, un aspetto importante a emergere dall’opera è che questi luoghi comuni, a cui ci si aggrappava, e cui continuiamo ad aggrapparci, rivelano la loro (e così la nostra) “stupidità”, proprio perché spesso si tratta di contraddizioni. A quel tempo ad esempio, “equitazione” era “esercizio che serve a dimagrire. Esempio: tutti i soldati di cavalleria sono magri”, ma al contempo “a ingrassare. Esempio: tutti gli ufficiali di cavalleria hanno il pancione”. Questo libro potrebbe dunque essere uno spunto, per portarci a mettere in discussione le convinzioni, le “ciance rassicuranti” e “garbate vuotaggini” (tornando a Serra), vale a dire tutte quelle espressioni comode, eppure prive di significato, con cui troppo spesso intrappoliamo e mettiamo limiti alle nostre menti e alla nostra immaginazione.

 

(Per inciso, “knut” indica la frusta che l’Impero russo utilizzava per flagellare i criminali e gli oppositori politici).

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Alice Tarditi

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