Nutriamoci di arte: nella galleria di Corrado Zani

L’arte contemporanea è bistrattata. Abbiamo esaminato nell’intervista con Tecla i sentimenti stranianti che si provano di fronte a questo tipo di opere e l’importanza della comunicazione insita in ogni creazione. (Se non lo hai letto, clicca qui per l’articolo)

Oggi abbiamo il privilegio di poterci non solo interrogare sul significato dei manufatti creativi, ma possiamo interpellare direttamente l’autore, scambiare opinioni, nutrirci di arte e nutrire l’ispirazione e le interpretazioni dell’artista.

“L’arte dà una forza interiore solo se la ami, implode dentro, ti rapisce: il debito da saldare è inestinguibile, ti dà talmente tanto che tu non puoi più tradirla. Questo è amore. E che cos’è la vita senza l’amore?”

Corrado Zani nasce e vive a Pordenone da una famiglia contadina tra idilli campestri e una quotidianità semplice e genuina. Ma gli anni sono macchiati a tratti da pozze scure, all’inizio impercettibili, poi tutto diventa un vortice nero che risucchia i colori, la gioia, gli affetti. La depressione arriva così, senza chiederti il permesso, fino a soffocarti.

Corrado ha continuato ad ingoiare dolore per 17 anni. Il mondo esterno, le amicizie erano diventati pericolosi; ma un’anima eclettica deve trovare il modo di respirare stimoli quando le fobie sono sbarre sempre più spesse.

Inizia così la sua pittura forsennata e indispensabile.

“La pittura era una comunicazione virtuale con l’esterno che mi liberava dai pesi interiori. Ho capito subito che era qualcosa che non mi avrebbe più abbandonato e cresceva di giorno in giorno. Ho capito quanto fosse diventata un’esigenza. E allora ho iniziato a sentire il bisogno di approfondire e studiarne la storia con le sue correnti e movimenti artistici, studiavo molto di notte e di giorno dipingevo. Da quel momento non mi sono mai più fermato.”

In seguito un filosofo udinese, osservando i suoi quadri, ne coglie la bellezza sofferta e gli consiglia di esplorare, andare più a fondo e di trovare modalità espressive più personali leggendo libri di estetica e teoria della forma per imparare a esprimersi attraverso metafore e significanti.

“In quel periodo dipingevo ossessivamente mio figlio perché mi sentivo in colpa nei suoi confronti. La depressione è un tumore dell’animo”.

E con i libri inizia un nuovo percorso più consapevole e finalmente le sue prime mostre come quella in collaborazione con la galleria di Padova. Qui ritornano i colori e le tinte vivaci in una danza pop art impregnata di simboli. È l’inizio di una presa di coscienza che squarcia la pellicola dell’ipocrisia sociale.

Osserviamo le schiere di figure antropomorfe simili a birilli senza volto, si crea così una forte ambiguità: in alto una luna piena si staglia con la sua luce bianca, ma le sagome, proprio perché anonime, potrebbero essere rivolte a quella fonte di speranza o voltarle le spalle. Sono i birilli di un sistema capitalistico che annienta sentimenti e valori immolandoli al “dio denaro”.

(Prima foto: “tra luce e ombra”, smalti su pannello, Galleria Dante Vecchiato di Padova; Seconda foto: “gioco pericoloso” anno 2009, smalti su tela, collaborazione con la Galleria Dante Vecchiato di Padova)

È una denuncia scottante nei confronti della macchina globalizzata, di una vita odierna che ingabbia l’arte. Ma le sbarre di questa prigione non sono mai infrangibili, c’è sempre uno squarcio che lascia trapelare la libertà, c’è sempre una luce in alto. E questa traccia luminosa è rintracciabile in ogni suo quadro, perfino in quelli più cupi.

Nonostante tutto Corrado non ha mai smesso di amare la vita e sublimarla in forme che possano darle un senso e risvegliare altre coscienze.

“Esodo”, anno 2006, smalti su tela, Galleria Dante Vecchiato di Padova;

Sperimenta così per settimane un modo per dare una sembianza al peso dell’esistenza, alla fatica: nasce l’elefantino stilizzato, incurvato verso il basso e iscritto perfettamente in un cerchio.

Ogni giorno diventa ricerca e scoperta. Così, giocando con carboncino e tempere, crea una scultura concettuale composta da una tela ricucita a forma di sacco dell’immondizia che riempie con foga di materiale in plastica e oggetti inutili. Cerca di sublimare all’interno tutti i mali sociali dell’accumulo e del possedere che ci portano a soffocare tra i beni materiali.

Nell’ultimo scorcio degli anni ‘80 si cimenta invece in un’arte povera, utilizzando il compensato e oggetti lignei, per ricreare la superficie di un muro: qui incide con rabbia una data fatidica, l’anno in cui ha abbandonato l’alcolismo.

Ma l’arte concettuale non è il suo unico modo di esprimersi. Zani aborrisce le etichette e qualsiasi forma di definizione che possa ingabbiare il suo impulso primordiale: dipinge nature morte, quadri informali, impressionisti, ritratti plastici dallo sguardo potente che s’inchioda nelle pupille dello spettatore. Sono visi incartapecoriti e dagli occhi grandi, uomini e donne scalfiti dal tempo ma incredibilmente trasparenti nella loro sofferenza.

(Prima foto: “la malinconia”, olio su juta; Seconda foto: “Sera”, acrilici e graffiti su compensato; Terza foto: Senza titolo, olio su lino; Quarta foto: “ANNUNCIO” anno 2006, smalti su tela, Galleria Dante Vecchiato di Padova )

“Il dolore rende percettivi e sensibili, ci apre agli altri in un sentire comune, ho iniziato a capire meglio le persone dopo quello che ho vissuto. Riconosco la fragilità che diventa forza quando si capisce che non importa cadere, ciò che conta è rialzarsi.”

È una ribellione al sistema, alla critica d’arte che vuole inglobarlo in una corrente prestabilita; “io sono me stesso in tutto ciò che faccio, bisogna sforzarsi di leggere i miei quadri, di comprenderli. Sono io in ogni ritratto, schizzo, paesaggio, in un’opera astratta.”

Così, navigando tra flutti di oli e tempere, riusciamo a rintracciare i punti nodali del suo percorso costellato da affondi e attimi di vere e proprie epifanie. Emergono dei leitmotiv con leggere variazioni anno dopo anno.

“Di guardia”, dal catalogo edito da Electa e curato da Marco Goldin nella mostra di Zani alla casa dei Carresi a Treviso nel 1998

Il corvo ad esempio è una figura ispirata all’arte di Stefano Cucchi militante nella trans-avanguardia. Quando Corrado attinge a un periodo artistico ne trae ispirazione, arraffa figure e significanti per poi rielaborarli e iscriverli nel suo universo complesso e sfaccettato. Il rapace diventa così un archetipo, l’uomo ridotto a un’anima che acquista significati diversi in base alla sua posizione.

Senza titolo, olio e tempera su tavola

Le bambole e gli orsacchiotti sgualciti in un angolo, privati di un occhio rappresentano la violenza sugli individui più deboli e puri: i bambini. Atrocità onnipresente che corrode l’umanità attraversata da guerre e lotte per il potere che stuprano la bellezza.

Senza titolo, olio su tela

L’occhio inchiodato al cielo che scruta un nastro di asfalto sotto di sé somiglia un po’ al “grande fratello” orwelliano, anche se non sottintende una lettura univoca e negativa, potrebbe essere considerato anche uno sguardo benevolo dal sapore religioso e salvifico.

 Impastandoci di colori ed emozioni si rimane folgorati, in preda ad una strana inquietudine: c’è una ragazza vestita di un bianco leggero, si guarda allo specchio. Ma il suo volto è vuoto, senza identità. Rappresenta uno sforzo introspettivo nel volersi scrutare dentro per poi scoprire con orrore di essere soltanto un numero privo di individualità.

Senza titolo, olio su juta

“Dicono che la mia è un’arte pessimista, ma questo giudizio è superficiale e riduttivo. Io dipingo emozioni e la realtà filtrata da colori e forme pregnanti. Tutte le mie opere hanno sempre anche solo una virgola di bianco, un varco che si apre in alto. L’amore, la speranza, la bellezza esistono anche nel cammino più oscuro e tortuoso. Ma c’è sempre una possibilità e lo spazio del libero arbitrio: si può scegliere di voltare le spalle o correre verso la luce.”

Per vedere le altre opere di Corrado Zani date un’occhiata al suo profilo instagram.

Arianna Guidotto

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