La storia della lira tra le due guerre

Per leggere la prima parte della storia della lira, seguite il link.

Per portare avanti una guerra le spese sono ingenti, finanziate sia con maggiore debito pubblico che con maggiore emissione, cosa che però fa aumentare notevolmente l’inflazione (quadruplicazione dei prezzi all’ingrosso, prezzi della vita in parte calmierati). La moneta si deprezza e il cambio passa da 25.68L:1£ a 91.2L:1£ fino a 132L:1£ nel 1922. Nei primi anni Venti la situazione sembra migliorare (grazie al ministro dell’economia Alberto de Stefani che compie qualche buona manovra). Con la fine del suo operato però, Mussolini stesso conduce politiche restrittive volte al contenimento dell’inflazione e, con un brusco rialzo dei tassi di sconto, fa crollare la lira. Nel 1926, tuttavia, la valuta è nuovamente vittima di un attacco speculativo, ma il dittatore, con il celebre discorso di Pesaro, annuncia che è disposto a difenderla (la cosiddetta quota 90), e ci prova attraverso:

  • Unificazione emissione biglietti sotto la Banca d’Italia (eliminazione dell’emissione per le uniche due banche che ancora avevano il privilegio, quella di Sicilia e quella di Napoli), più affidamento alla banca d’Italia del compito di controllare le altre banche;
  • Riduzione del debito del tesoro nei confronti della Banca Centrale;
  • Stabilizzazione del debito che passa dall’essere di breve all’essere di lungo periodo.

Nel dicembre del 1927 si decreta la fine del corso forzoso. Nel 1929, invece, le politiche restrittive della Federal Reserve influenzano la Banca d’Italia, che nel gennaio dello stesso anno alza il tasso di sconto a 7%, manovra che comporta una riduzione dell’attività produttiva e un crollo dei titoli azionari. Questo, abbinato con la rivalutazione della lira dovuto in parte alla difesa e al controllo del cambio da parte del Duce e in parte al deprezzamento di sterlina e dollaro dunque al guadagno di competitività di Inghilterra e Stati Uniti, comportò il crollo dell’export. Già nel corso del 1930 si assiste a una drammatica riduzione di investimenti in impianti e attrezzature e a una conseguente diminuzione della produttività e peggioramento dell’indebitamento. Il governo interpreta in maniera erronea la crisi, vendendola come un eccesso di offerta, dunque riducendo la produzione. La perdita di valore dei titoli porta a una corsa agli sportelli e a un conseguente peggioramento delle condizioni delle banche miste. L’anno più critico è comunque il 1934, quando i danni della cattiva politica monetaria sono ormai evidenti: l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli peggiora la bilancia commerciale, che Mussolini si ostina a proteggere a suon di controllo di import, di movimento del capitale e delle valute. È solo nel 1936, con la svalutazione del franco, che anche l’Italia si decide a svalutare e a sospendere la convertibilità (ripristinata solo con l’adesione al Fondo Monetario Internazionale del 1960), con conseguente acquisto di competitività, i cui effetti benefici non fruttano particolarmente vista la spesa pubblica crescente e sempre più fuori controllo. 

Simona Ferrero

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