Modest Fashion – Una realtà italiana: Hijab Paradise a Bologna

Keltoum ha un accento romagnolo e una voce accogliente quando la sento per la prima volta. Rimandiamo la nostra intervista più volte ma alla fine riusciamo a incontrarci, seppur virtualmente, con uno schermo e molti chilometri che separano le nostre voci. Eppure, ascoltandola, mi sembra di averla qui a fianco con uno dei suoi hijab colorati e un abito alla moda.

Keltoum Kamal Idrissi

Quasi tre anni fa, Keltoum Kamal Idrissi e la sua migliore amica Fatiha Mouradi hanno dato vita a Hijab Paradise, il primo negozio di modest fashion in Italia. Situato nel centro di Bologna, Hijab Paradise si occupa di capi di abbigliamento per donne musulmane – e non solo – in modo da offrire una vasta gamma di scelta a pochi chilometri da casa. A Keltoum e Fatiha si è aggiunta Zaynab Kamal Idrissi che cura il design del negozio ricopre il ruolo di content creator. In occasione della giornata mondiale dell’hijab, abbiamo pensato di riprendere un tema di cui abbiamo gia parlato qui, per portarvi a scoprire una realtà di modest fashion italiana, raccontata dalla sua creatrice.

Per quale motivo hai scelto, con Fatiha Mouradi, di aprire Hijab Paradise?

Hijab Paradise nasce da un’esigenza: quando abbiamo avviato, portavo il velo da due anni e così anche la mia migliore amica Fatiha. Ci siamo rese conto di non avere posti in cui poter vedere e toccare i veli o, semplicemente, andare con le amiche a fare shopping senza doversi necessariamente affidare all’online.

La possibilità che diamo alle nostre clienti è anche quella di poter scegliere, per i nostri hijab tra diversi colori e, soprattutto, diversi tessuti, in quanto ogni persona, stagione, temperatura ha le sue diverse esigenze.

Una parete di Hijab Paradise a Bologna

Che tipo di clientela avete?

La clientela è molto vasta. E’ logico che il nostro negozio nasca per ragazze e donne musulmane in quanto sono loro ad essere alla ricerca di hijab. Sono però molte anche le clienti non musulmane che vengono da noi per un foulard di un particolare tessuto o colore.

Dove reperite i prodotti che vendete?

Attualmente i prodotti che vendiamo sono Made in Turkey perché la Turchia è all’avanguardia nel rispondere alle esigenze delle donne musulmane, riuscendo a rendere il velo elegante, fine e spesso modaiolo. Penso che la Turchia sia un buon esempio di vero e proprio mosaico sociale, un termine che mi piace molto utilizzare. Ne ho anche parlato in un mio TedX e spero che Hijab Paradise possa essere un punto di partenza per crearne uno, con un’opera di vera inclusione.

Anche se per ora ci appoggiamo alla Turchia per la fabbricazione, cerchiamo sempre di scegliere abiti vicini al nostro stile, ovvero quello occidentale. La nostra speranza è quella di riuscire a creare una nostra linea completamente Made in Italy.

Zaynab

Com’è essere due imprenditrici donne in Italia?

Ad essere sincera non so più per quale pregiudizio prendermela: pregiudizio in quanto donna o in quanto donna che porta il velo.

Molto spesso chi arriva in negozio ci chiede se siamo state aiutate dai padri, fratelli, zii perché sembra loro impossibile che due ragazze abbiano fatto tutto da sole. In realtà ci siamo semplicemente rimboccate le maniche e abbiamo usato i risparmi che avevamo messo da parte in anni di lavoro (io, ad esempio, ho iniziato a lavorare in quinta superiore tra una verifica di amministrazione e l’altra). Questo non perché i nostri genitori non ci volessero aiutare, ma perché volevamo che l’attività fosse nostra.

Fatiha e Keltoum

C’è poi la questione del velo: spesso si pensa alla donna musulmana che porta il velo come oppressa da una figura maschile. E invece no, o almeno non è questo il senso religioso dell’hijab. La donna ha libero arbitrio: se sceglie di indossare un hijab, lo fa perché è una sua decisione personale. Ovviamente ci sono casi in cui donne e ragazze sono costrette ad indossarlo, ma ciò non ha niente a che vedere con la fede islamica. Nel Corano stesso è scritto che non ci deve essere costrizione nella religione: ogni persona deve, quindi, fare il proprio percorso per poter portare il velo con consapevolezza. D’altronde, il velo lo porto io: perché dovrebbe rappresentare una scelta altrui?

Un ultimo pregiudizio che spesso dobbiamo affrontare è quello della lingua. Io parlo benissimo italiano ma molti spesso pensano che una donna immigrata che porta il velo non possa conoscere la lingua. Le persone rimangono stupite apprendendo che sono stata istruita qui. Ancora più inimmaginabile è che ci possano essere italiani convertiti all’Islam.

Molto spesso la donna velata viene vista come sottomessa e priva di diritti. E’ davvero così?

Come accennavo prima, è importante sottolineare come l’Islam e la cultura di alcuni Paesi arabi siano due cose diverse. Molti Paesi arabi si reggono su una società fortemente patriarcale e, in alcuni di questi, le donne non possono addirittura guidare senza un accompagnatore, ma questa è una legge dello Stato, non una legge islamica. La vera condizione della donna per l’Islam può essere compresa tramite i detti del Profeta e il Corano. Le distorsioni avvengono solo perché alcuni uomini si ritengono padroni di una religione che non ha padroni.

Dal punto di vista storico, l’Islam ha liberato la donna dal dominio persiano e sono molte le figure di donne di spicco, nella cultura islamica che hanno fatto la differenza.
L’unico modo per combattere i pregiudizi sulla condizione della donna musulmana è quello di lavorare sodo nelle nostre società per creare occasioni in cui si possa dialogare. Un esempio può essere il lavoro delle varie associazioni di volontariato, tra cui GMI (Giovani Musulmani d’Italia) con cui io e Fatiha siamo cresciute.

So che avete curato la linea di abbigliamento di Sana in Skam Italia, che tipo di esperienza è stata?

Abbiamo avuto una lunga chiacchierata con la costumista che si è rivelata una persona molto professionale e pronta a documentarsi, non solo sul tipo di abbigliamento, ma anche sul come andasse portato. Anche la scrittrice e attivista Sumaya Abdel Qader ha fornito una preziosa consulenza.
In generale, è stata un’esperienza estremamente istruttiva, anche perché ci ha permesso di capire come funziona il mondo del cinema. E poi è stato incredibilmente emozionante vedere i nostri prodotti dietro uno schermo.

Beatrice Bruschi in Sana || Skam Italia 4

Sempre in Skam, Sana dice che portare il velo è una scelta femminista. Sei d’accordo?

Nel mio caso sì. Si è trattata di una scelta femminista perché io mi sono sentita libera all’interno della mia fede musulmana. C’è però da sottolineare come il discorso del velo sia uno dei più privati e soggettivi al mondo anche se, spesso, chi lo porta, pensa che la sua motivazione sia talmente valida da rendere lecito giudicare quella degli altri.
Penso che il messaggio di Sana fosse di comprensione e accettazione: alzo le mani, se questo è il tuo motivo, lo apprezzo.

Quali sono i vostri “piccoli passi” per il futuro?

Nel nostro piccolo abbiamo sempre pensato sia fondamentale partire dalle risorse che ognuno ha: se, per esempio, voglio aprire un ristorante e non ho i soldi, posso partire da un piccolo locale e poi ingrandirmi.
Noi abbiamo cominciato con questo negozio di Bologna molto piccolo ma il 17 marzo apriremo un secondo punto vendita a Cesena sperando di poter rispondere sempre a più esigenze.

Gaia Bertolino


Se volete rimanere in contatto con Keltoum e Fatiha, potete trovarle qui:


Le immagini presenti in questo articolo sono state gentilmente concesse da Hijab Paradise, che cogliamo l’occasione di ringraziare per la disponibilità.

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