La storia del sale: dal Neolitico ai nostri giorni

Il sale o cloruro di sodio è una sostanza di fondamentale importanza per l’essere umano e non solo. Presente naturalmente in molti cibi, spesso usato come condimento o conservante, è particolarmente abbondante in natura, ma anche molto richiesto sin dall’antichità.

Nel mondo antico

La scoperta del sale risale all’era Neolitica (10000 a.C.) quando le popolazioni che avevano abbandonato la vita nomade per quella sedentaria sentirono il bisogno di conservare i cibi, carne e pesce in particolare, e scoprirono una vera pietra filosofale in questa semplice sostanza. Il suo utilizzo si tramandò nei secoli e diverse fonti sono concordi nel vedere i Babilonesi come grandi utilizzatori di sale per conservare la carne che veniva offerta al dio Marduk. Anche altre civiltà lo utilizzarono a fini religiosi, in particolare gli Egizi, per la mummificazione, ma anche greci, romani, in seguito cristiani, soprattutto come mezzo di sconfitta del demonio. Non solo, in molti lo utilizzarono anche a fini medici, in particolare i maya e i romani: già Plinio il Vecchio nel 400 a.C. dedicò sette capitoli della sua opera Storia Naturale e questo curioso elemento.

In epoca romana, il sale divenne sempre più importante tant’è che veniva impiegato addirittura come mezzo di pagamento dei soldati, da cui deriva il termine salario, utilizzato ancora al giorno d’oggi. Furono proprio i romani ad ampliarne e a potenziarne la produzione: nuove saline furono costruite, in particolare nella zona di Ostia e Fiumicino dove gli archeologi stanno ancora lavorando per portare alla luce i resti di queste tanto antiche quanto moderne saline, note con il nome di Campus Salinarum Romanorum, che furono ben presto collegate da nuove vie di comunicazione come la Via Salaria, dall’Etruria all’Adriatico.

Dal medioevo ai nostri giorni

Il commercio di sale non si fermò con i Romani, anzi, si diffuse e ampliò in tutta la penisola anche dopo la caduta dell’impero, in particolare nelle zone di Comacchio e Venezia, che divenne il principale centro nel medioevo, ma anche di Genova e Brindisi, per poi essere trasportato all’interno attraverso le vie di comunicazioni fluviali, in particolare il Po e i suoi principali affluenti. Conosciuto non solo in Italia e nel Mediterraneo, era anche oggetto di scambio con il lontano Oriente, tant’è che fu anche coniato su numerose monete greche e bizantine.

Alla luce di ciò non si può non rimanere stupiti dall’importanza di questa sostanza che al giorno d’oggi diamo per scontata. Proprio a causa di questa preziosità, il sale fu oggetto di imposizione fiscale già dall’epoca dei romani, quando si aveva una particolare tassa sul pedaggio delle vie del sale, fino, in Italia, al 1975 quando la tassa sul sale, che con la legge n. 1356 del 7 luglio 1863 si era trasformata in un vero e proprio monopolio o privativa fiscale piuttosto che in un’imposizione diretta, fu definitivamente abolita. Tuttavia, possiamo ancora notare l’insegna Sali e Tabacchi esposta fuori dalle moderne tabaccherie, proprio perché erano questi i soli esercizi autorizzati alla vendita del sale che era monopolio di Stato gestito dall’Amministrazione dei Monopoli. Nel Novecento, lo Stato possedeva infatti sette saline marittime (Cagliari, Carloforte, Pirano, Cervia, Comacchio, Tarquinia e Margherita di Savoia) e due bacini minerari (Lungro e Volterra), con l’obiettivo di agevolare sempre più la produzione interna (autarchia) ed evitare l’importazione sia di sale da cucina che di sale destinato a fini industriali.

Simona Ferrero

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