Innamorato di Torino: Friedrich Nietzsche

Abbiamo detto molte volte quanto Torino sia una città magnifica, che non abbia niente da invidiare ad altre città italiane e alle capitali europee per moltissimi aspetti, abbiamo parlato del fatto che sia una donna che adora mostrarsi a prima vista raffinata ed elegante ma che nasconde un velo di mistero e fascino che non smette di tormentare i visitatori e i suoi abitanti. Insomma, Torino crea dipendenza. E questo non lo diciamo solo noi, in un nostro articolo precedente parliamo della sabaudade, una sensazione comune a molti che hanno vissuto Torino.
Torino conquista, ammalia e strega, non solo noi che l’abitiamo: oggi infatti ci piacerebbe farvi conoscere l’amore per la nostra città di Friedrich Nietzsche (abbiamo parlato del suo famoso testo “Così parlò Zarathustra” qui) .

Friedrich Nietzsche e Torino

Nel 1879 Friedrich Nietzsche, all’ età di 34 anni, abbandona la cattedra di lingua e letteratura greca all’università di Basilea, in parte a causa dei suoi problemi fisici (emicranie frequenti e dolori agli occhi), in parte per dedicarsi assiduamente alla sua attività filosofica, e inizia la sua vita da apolide (aveva rinunciato alla cittadinanza prussiana all’età di 25 anni) vagabondando per l’Europa. L’ultimo luogo dove vivrà prima del crollo nervoso e mentale sarà proprio Torino, nel 1888.
Doveva giungere a Torino il 2 aprile, ma sbagliò treno e si ritrovò a Sampierdarena (Genova), mentre la sua valigia finì nel convoglio giusto. Il filosofo la raggiunse tre giorni dopo e rimase folgorato dalla città che definì ricoperta da una luce purissima, con viali lastricati e silenziosissima. Si fermò solo per due mesi, ma a Settembre era già di ritorno. Soggiornò presso l’appartamento dell’ultimo piano di via Carlo Alberto 6 dei coniugi Fino, che possedevano l’edicola nella vicina piazza. Saranno proprio loro e i loro figli ad assistere al lento declino mentale del filosofo.

Torino nelle lettere di Friedrich Nietzsche

Nelle numerose lettere rivolte alla madre a gli amici, Nietzsche più volte elogia Torino, definendola “una scoperta davvero fortunata”. Apprezza la cucina tipica, visto che la città è “ l’unico luogo in cui l’alimentazione corrisponda pienamente alle [sue] personalissime esigenze”. Apprezza, inoltre, la conformazione architettonica della città, i suoi abitanti, insomma, tutto.
In una lettera all’amico Heinrich Koselitz ammette: “ Mi sono appena guardato allo specchio – non ho mai avuto questo aspetto. Di un esemplare buon umore, ben nutrito e di dieci anni più giovane di quanto sarebbe lecito.”.. Forse è questo benessere generale che lo porterà ad un intenso periodo filosofico e a scrivere durante questo breve periodo, di non più di quattro mesi, le sue ultime opere: “L’Anticristo”, “Il crepuscolo degli idoli” e “Ecce Homo” (pubblicato postumo).
Nietzsche arriverà a definire la città “Il primo posto dove io sono possibile”, rendendo più che chiaro che non solo la città lo aveva conquistato, ma era stato il luogo dove era riuscito a trovare un proprio equilibrio. Ma, ahimè, tutto durò molto poco: infatti la grafia nelle sue lettere diventò sempre più nervosa, iniziò a credere di essere la reincarnazione di Vittorio Emanuele II, dell’architetto Antonelli o di altre celebrità dell’epoca, a firmarsi “il Crocifisso” o “l’Anticristo” e a confondere le notizie lette nei giornali con la sua vita quotidiana, arrivando a credersi un carcerato spagnolo condannato a morte.

Friedrich Nietzsche e l’episodio del cavallo

Forse l’episodio più conosciuto del filosofo, ma probabilmente il più leggendario, si svolse il 3 gennaio 1889 in piazza Carignano. L’uomo, dopo aver visto un cocchiere frustare a sangue il cavallo che trainava una carrozza, ebbe la prima crisi di follia in pubblico: infatti, abbracciò e baciò l’animale per poi cadere a terra in preda alle convulsioni affermando di essere il nuovo Dioniso, tanto da essere ammonito dalla polizia municipale.
Sei giorni dopo, l’amico Franz Overbeck, allarmato dalle sue ultime lettere deliranti, lo riportò in treno a Basilea. Andò via tenendo la papalina del padrone di casa, Davide Fino, come segno di un futuro ritorno. Del resto, per Nietzsche, “Torino non è un luogo che si abbandona” , ma purtroppo non poté mai più tornarvi.

Erika Manassero

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