Meditazione mindfulness e neuroscienze

Quando meditiamo il nostro obiettivo è sapere che cosa stiamo pensando mentre lo pensiamo e sapere che cosa stiamo provando mentre lo proviamo”

Sharon Salzberg

Meditazione. Fermatevi su questo concetto e fate affiorare alla vostra mente i significati che attribuite a questa pratica: occhi chiusi, concentrazione, respiro, tranquillità e immersione nel proprio mondo interiore alla scoperta di sé stessi. Sono concetti tutti inerenti a questa pratica, la quale, sebbene spesso sottovalutata, apporta realmente a benefici alla nostra mente e al nostro corpo.
Nell’articolo di oggi verranno evidenziate le basi neurali sottostanti alla meditazione e alcuni benefici.

Che cosa si intende per meditazione mindfullness? La meditazione consapevole è una pratica di allenamento mentale che combina la meditazione con la consapevolezza, ossia uno stato mentale che implica la presa di coscienza nel qui ed ora in modo da potersi concentrare, riconoscere ed accettare i propri pensieri, emozioni, sensazioni e sentimenti senza alcun tipo di giudizio, aumentando l’autostima e l’accettazione di sè stessi. Jon Kabat-Zinn, scienziato e teorico del protocollo MBSR (Mindfulness-based stress reduction), afferma che la mindfullness consiste nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante”. Possiamo definirla come una modalità per entrare in contatto con noi stessi e con ciò che ci circonda che, se adeguatamente coltivata, ci permette di migliorare la nostra salute mentale e a gestire efficacemente le sfide della quotidianità.

Meditazione, benefici e correlati cerebrali

La domanda sorge spontanea: è una pratica che funziona realmente? Esistono delle prove scientifiche a supporto di tali benefici? È stato scientificamente comprovato che la meditazione mindfulness risulta essere efficace in:

  1. Riduzione dello stress, oltre che a miglioramenti sul piano della depressione, ansia e disturbi del sonno;
  2. Abbassamento della frequenza cardiaca, diminuendo considerevolmente la probabilità di insorgenza di malattie cardiovascolari;
  3. Miglioramento del sistema immunitario, andando ad agire sulla resistenza corporea alle malattie;
  4. Controllo nelle sensazioni dolorifiche, finendo per regolare le aree cerebrali deputate alla valutazione del dolore primario (quali talamo, corteccia somatosensoriale e insula).

Quali sono invece gli effetti a livello cerebrale? Studi effettuati con l’ausilio di EEG (elettroencefalogramma) e fMRI (risonanza magnetica funzionale) confermano la grande varietà di benefici neurologici, dall’aumento della materia grigia del cervello, ad una maggiore connettività delle reti neurali. insomma, la pratica di meditazione mindfulness è in grado di modificare effettivamente la struttura del nostro cervello, grazie alla sua capacità innata di plasticità:

  • La meditazione può portare alla variazione di volume di certe aree cerebrali.
    Uno studio condotto nel 2011 da Harward ha confermato che la pratica della meditazione mindfulness per 8 settimane aumenta lo spessore corticale dell’ippocampo (area cerebrale adibita alla memoria e all’apprendimento) e in alcune zone cerebrali centrali nell’elaborazione delle emozioni. Inoltre, è stata riscontrata una diminuzione di volume di neuroni dell’amigdala: i partecipanti allo studio confermarono un maggior benessere psicologico generale, collegato ad una diminuzione dello stress e ad un miglioramento dell’umore.
  • Miglioramento di concentrazione e memoria.
    Uno studio conferma che praticare meditazione mindfulness per un periodo di almeno 2 settimane, aumenta la capacità di concentrazione e memoria. Non c’è da sorprendersi di tale beneficio: dato che la presa di consapevolezza è uno degli obiettivi primari della pratica, ciò non può che non influire sulle abilità cognitive dei soggetti.
  • La meditazione riduce l’attività del Default Mode Network.
    Avete presente la frase “stai sognando ad occhi aperti”? Ecco. Uno studio effettuato in relazione a tale circuito, ha permesso maggiori scoperte in relazione ai circuiti neurali sottostanti la meditazione. Il meccanismo neurale alla base del vagare del pensiero è costituito dal Default Mode Network (DMN), circuito neurale molto utilizzato quotidianamente: è responsabile del pensiero auto-referenziale e della riflessione; è il circuito adibito al pensiero del passato e del futuro e ci permette di pianificare e organizzare la nostra quotidianità. Centrale in questo circuito è l’amigdala, zona cerebrale adibita alle reazioni allo stress, alla paura e alle emozioni.
    In opposizione al DMN, nel nostro cervello è presente un altro circuito cerebrale denominato Task-Positive Network, centrale nel processo dell’attenzione. Il TPM è adibito alla consapevolezza del “qui ed ora”, si focalizza unicamente sul presente e non tiene conto del passato e del futuro. Ciò che è di peculiare interesse è che i due circuiti non possono essere contemporaneamente attivi: se è attivo il DMN, il TPM è sicuramente inattivo, e viceversa.
    In conclusione, quando il TPM è attivo, non vi è alcun tipo di riflessione, non vi è concentrazione sul passato o sul futuro ma solo una mera consapevolezza dell’hic et nunc: è questo il circuito neurale associato allo stato meditativo.
  • La meditazione aiuta a preservare dall’invecchiamento cerebrale.
  • Uno studio dell’UCLA  ha dimostrato come la pratica meditativa aiuti effettivamente a ridurre l’atrofia cerebrale legata all’età nei praticanti di meditazione a lungo termine rispetto a chi non pratica alcun tipo di meditazione.
  • Aiuta nelle dipendenze.
    Vari studi confermano questo beneficio. Dato che tale pratica agisce anche in zone cerebrali adibite all’autocontrollo, non sorprende che siano stati riscontrati miglioramenti di dipendenze (specialmente il fumo) grazie a tale abilità migliorata. La meditazione aiuta a scindere il desiderio dal suo impulso di metterlo in atto.
  • Apporta benefici ai bambini a scuola.
    I risultati sono sorprendenti. Studi confermano che la meditazione mindfulness aiuta i bambini a comprendere, tollerare e reagire meglio allo stress, oltre che a migliori prestazioni cognitive.
    In molte scuole, per l’appunto, sono stati implementati programmi di meditazione mindfulness e yoga.
  • La meditazione riduce l’ansia sociale.
    Uno studio conferma che tale pratica è in grado di diminuire, in soggetti affetti da ansia sociale, la reattività emotiva (abbassando le emozioni negative), di effettuare cambiamenti nelle zone cerebrali adibite all’attenzione e di ridurre i sintomi del disturbo, oltre che a migliorare la percezione negativa che i soggetti affetti da ansia sociale provano per sè stessi.

La meditazione non richiede estremo sacrificio nel praticarla: tutto ciò che serve è perseveranza, costanza, dedizione e voglia di mettersi in gioco con sé stessi per sé stessi.
Migliorare è possibile. Stare bene è possibile.
Basta chiudere gli occhi, concentrarsi sul proprio respiro e lasciarsi andare.

Giulia Bertolino

Un commento Aggiungi il tuo

  1. antoniapes ha detto:

    Penso che farebbe bene un po’ a tutti in questo momento…

    "Mi piace"

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